giovedì 8 febbraio 2018

Vademecum per il 68° Festival di Sanremo. Terza serata. Commenti e inciuci.

Eccoci qua, addivanati su riposanti sedute per poggiare le stanche terga e gustare la terza puntata del Festival. Premessa: sono arrivata sulle note finali dell’intro di Baglioni, in tempo per prendermi gli applausi tributati al fido direttore artistico (Claudiù, facimm a metà).
Capitolo New Proposals: ieri sera mi sono piaciuti tutti e quattro, oggi il mio pollice in su va a Mudimbi e Ultimo, Eva non male, Leonardo Monteiro out.
#perfortunafavinocè
Passato senza infamia e senza lode Caccamo, il mio plauso va a loro, il mio voto scelto: lo Stato Sociale. Va be’, qui in sala stampa è scattato il coro, la ballata, l’urlo, gli applausi. Lo Stato Sociale ci fa scatenare. Lo Stato Sociale m' piac assaje.
Virginia Raffaele prova a fare la Fiorello della terza serata, con stile diverso ma si, fa ride. Sisisi, superlativa. Povero Claudiuccio, perculato come pochi su quel palco là. AZZ però! Baglioni si smolla e scioglie per imitare la Raffaele #wowissimo
Poi arrivano i Negramaro, che finalmente si sono ritrovati e hanno ricominciato a fare bella musica, e cantano la mia canzone baglioniana preferita. Ma la fallano: nonono, Poster non si fa così. #aridateceposter
La Hunziker sta in modalità registrata: “Tu con chi duetterai venerdì?” (Qualcuno le dica che venerdì è domani sera). Risposta artista: (...). Replica Hunziker in loop: “Aaahhhhh, che bello!”.
Aria di casa: arrivano Avitabile e Servillo. La loro musica mi fa pensare ai ritmi di mare, alla tradizione dei napoletani che la musica la fanno che gli esce da dentro. Penso a Pino Daniele, a Eugenio Bennato, a quei napoletani che la musica è “Io no, io non mi sono mai sentito così vivo” (cit. canzone). E in certi luoghi da cui nasce questa musica davvero ci vuole “il coraggio di ogni giorno”. A me la cosa che mi fa tenerezza e stima è l’umiltà di Avitabile, un basso profilo impregnato di dignità.
Ridiamo con robottino Baglioni e #perfortunafavinocè
Arriva Max Gazzè: shhh… poesia.
Genti che vedete #Sanremo2018, cantano Facchinetti e Fogli: se dovete fare pipì, è questo il momento. #muoari Ora, Roby, dico a te. A te che in sala stampa preferivi non essere avvicinato troppo – che senza trucco s’ ver tutt cos: hai fatto una grande carriera, “Diuo dellue cittuà e duelle iummuensiutuà” non se lo scorderà mai nessuno finché campa. Ma lasciamo questo bel ricordo. Su.
Io ve lo dico con serena semplicità: a me sta storia della donna m’a rotto. L’approvazione nazional popolare della figura femminile ne è l’ennesimo svilimento. Io lo so che le cose bisogna pur dirle, amplificarle, farle sentire, ma non è una cosa così, un fiocchetto o una presidente di Camera de Deputati che cambia la storia. Che poi è la quotidianità che fa la differenza, i silenzi che resteranno tali.
MetaMoro – quasi una figura mitologica qui in sala stampa – sono sul palco con un titolo che mai come stasera ha un significato pieno. “Non mi avete fatto niente” nonostante polemiche sterili che cercavano, forse, solo una polemica sanremese che quest’anno stenta ad arrivare. E io negli occhi di Fabrizio Moro vedo quella cazzimma che lui ed Ermal hanno dovuto tenere serrata in questi due giorni. E niente, io sono per la loro riammissione – Eccola Ermelinda che canta!
Noemi ci regala un simpatico siparietto. Ahpperò.
MESSAGGIO ANTIPROMOZIONALE: ma sta storia dei Baci Perugina e le frasi di Emma, eh? Non basta già così? No, eh.
Scusate, ma per James Taylor vale la clausola di ieri di Sting? Ebbasta con questa autarchia italica! Fateli cantare accussì comm magnan! Poi, dopo, parla e canta come sa, e si sente.
Reprise Noemi. Messaggio per la Contessadimontescapezzo: se mi trovate un vestito come quello di Noemi le esco!
Questa Giorgia androgina ci piace assai. Lei è fantastica, e con James Taylor, insieme, statte proprio.
Emma D’Aquino che duetta con Baglioni è stata la sintesi della soddisfazione professionale: (ja, magnatevela un’emozione!). Perché, e che caspit, mica amma sul faticà! #questoèilgiornalismochecipiace #MaiMaiMaiMaiMaUnaGioiaOgniTantoDai
Io Danilo Rea e Gino Paoli non ve li posso commentare. E non perché mentre cantavano, no anzi, poetavano, stavo anche parlando e pensando etc etc. Io questi due qua, con Claudiuccio bello, non ve li posso dire perché è tipo “l’emozione non ha voce”, e anche se “fai finta di non lasciarmi mai” c’è sempre quel “cielo in una stanza” a dire…
Ora, dico, questo bel momento qua non lo potevate fare prima di Mariolone Biondi? Puvriell ad aspettare così… vero è che Mario non sfigura mai e stasera ha cantato molto bene, ma m’ par brutt proprio che abbia dovuto aspettare. Era solo impressione mia o quando cantava pareva che parlasse in inglese? Perché Biondi, quando canta, è inglese. E poi a un certo punto non ce li vedevate bene Fred Astaire e Ginger Rogers?
Va dato merito a Baglioni di non aver dimenticato nessuno, almeno fino a poco prima di farli piùomeno morire: Nino Frassica mi fa ridere assai, però potevano evitare la cosa del malore di Remigi (#checazzipaura). La battuta del 47 l’avete capita??? (Leggi la soluzione in fondo al post*).
“Sarà per te” di Nuti mi fa pensare a cose che non hanno niente a che fare con Sanremo, o forse anche sì, ma a discorsi su Sanremo, musica, autori, storie, vita, università, cose lontane che guarda un po’ tu se Claudia Pandolfi e Claudio Santamaria dovevano fare sta cosa qua. Ma bravi eh, bravi davvero.
Che dire della classifica? Queste erano le posizioni che si erano delineate martedì sera e, devo dire, mi ci ritrovo. Vediamo cosa emergerà sabato ma intanto, domani, attendiamo la vittoria tra le Nuove Proposte e i duetti.
Aridaje con la sigla (che poi la Hunziker se la sogna pure la notte – giuro, lo ha dichiarato stamattina in conferenza stampa. Mo capisco perché pensa a Tommasino…).
#popopopopopopopopopopopopo

Stop.
Fine terza serata.

*47= morto che parla. 


Vademecum per il 68° Festival di Sanremo. Seconda serata. Commenti e inciuci.


La seconda serata inizia con l’abito fiabesco della Stuzziker, accompagnata dal fido Baglioni lungo la scalinata. I due danno vita a un siparietto Walt Disney che mira a essere simpatico: ma la mira non è centrata. Claudiuccio si fa fare di tutto, ma lei mi pare la sorellastra dispettosa più che la principessa della fiaba, la Matrigna e non Biancaneve.
#menomalechefavinocè
Le Nuove Proposte mi sono piaciute. La canzone sul congiuntivo è l’adempimento di un sogno quotidiano. Le voci sono belle, gli arrangiamenti interessanti, le parole non banali. Insomma, non sembrano la solita cosa scontata.
E poi il Volo. Li ho visti stasera in zona Ariston, mentre sul balcone preparavano l’intervista con Vincenzo Mollica. È che io faccio di tutto per farmeli piacere, ma proprio loro si impegnano a essere acidelli. Poi sul palco, nulla da dire, voci migliorate (avete studiato, eh?!), coro lirico suggestivo. Il tributo a Endrigo semplicemente bello. Livello peconi MONE ON. Chapeau.
Capisco che mi piace la canzone di Diodato e Roy Paci quando reagisco bene all’annuncio della loro canzone. Le parole non mi entusiasmano ancora, ma cazzarola se aspetto il crescendo e “l’emozione prenderci in gola” quando parte el Roy!
Stasera seguo dalla sala stampa de noartri, quella meno vip, e devo dire che sull’ingresso di “Pippone” – così ribattezzato – Baudo è partita la ola, il coro, l'applauso. Perché Sanremo è Sanremo. E Pippo Baudo pare abbia inventato anche il Festival.
Gli Elii oggi sono venuti in sala stampa. A chi tra i giornalisti si ostinava a dire “quando vi scioglierete” loro hanno continuamente risposto “Veramente ci siamo già sciolti”. E niente, cari Elii, a me sta cosa dello scioglimento mi fa venire in mente i ghiacciai che si sciolgono, e si sa che è una cosa che non va bene, è contro natura. Non siate contro natura, arrunatevi di nuovo.
Poi viene Biagio Antonacci e dice che esistono ancora i citofoni. E niente, Biagiù, ti volevo dire che io e Marika la domenica sera ci vediamo per camminare rigorosamente a Torrione, smaltire il pranzo domenicale e parlare un poco oltre il telefonino. Se ti vuoi aggregare, domenica ore 21.30. A espositezza!
Il trio fantastico per me, una delle meraviglie di questo Sanremo. Pacifico pacifica quando canta, Bungaro non è bello ma diventa affascinante. E poi la Vanoni, che quando non canta è tra l’ironico e il rincoglionito in un modo assolutamente chic. La più elegante.
#menomalechefavinocè Azz se ci sta. Sensualità a “bev’run” durante la performance del bel Pier Francesco – mia sorella Ilaria, nota talent scout, lo dice da tempo.
Sting Sting Sting, il solo vederti mi emoziona. Epperò. Amerai pure l’Italia ma non ti si può sentire parlare un italiano incomprensibile che manco il siculo stretto a Bolzano. Eppure tieni casa in Toscana, patria della lingua del Bel Paese. Non ti si capisce e a tratti stoni pure. ‘nsomma, il ragazzo è bravo ma non si applica, potrebbe fare di più. Sta cosa dell’italianità a tutti i costi ha una venatura autarchica. Poi venne Shaggy e cantarono nella madre lingua inglese. E fu sera e fu mattina, il Signore vide la cosa e vide che era cosa buona e giusta.
Quando Baglioni va al pianoforte non ci sta niente da fare, è Cassazione!
Attenzione attenzione! Rivalutazione totale Decibel: azzò e che controcanto! Ieri non li avevo ascoltati come si deve, oggi ho assistito alla loro esibizione con un fan della prima ora e ho capito una cosa che si rivela più profonda di quanto questo post, effettivamente, non sia: non suonano perché “devono” piacere ma gli piace quello che suonano, quello che fanno.
E niente, il resto è stato una corsa continua tra varie cose da fare e non sono riuscita a vedere e annotare altro. Altro giro, altra corsa!

Stop.
Fine seconda serata.

mercoledì 7 febbraio 2018

Vademecum per il 68° Festival di Sanremo. Prima serata. Commenti e inciuci.

Cosa ti piace di Sanremo?
Prendo in prestito una frase fatta e stranota, perché quando nascono i tormentoni un motivo ci sta: perché Sanremo è Sanremo. È come il pranzo la domenica, l’albero di Natale da fare entro l’Immacolata, come le abitudini che sembrano una noia e invece no, non se ne può fare a meno perché “senza” qualcosa mancherebbe. Oggi inizia il Festival. E quindi facciamo critica, apriamo le macchine da cucire e prepariamoci per un taglia e cuci di cinque sere, che una settimana di leggerezza ci deve pure stare in questa noiosa e angosciante campagna elettorale. Raccontiamo le canzoni ma senza troppe pretese. I commenti sono scritti in tempo reale, sono in sala stampa e segno quello che mi viene da dire mentre le canzoni vanno in onda.
Annalisa no. Ha scritto la canzone di un lasciamiento amoroso a quattro mani con il fidanzato. E poi si sono lasciati.
Ron, canta lui e senti Dalla, che poi cantava Dalla e sentivi Ron. Un connubio meraviglioso. Oltre i limiti e i confini del possibile. (E si, ci sta pure che a me Ron piace assai e pure Dalla).
La canzone dei Kolors la canteremo al mattino, attipo quando ci si alza, che poi bisogna lasciare le coperte e 5 minuti ancora e alzati e MAI MAI MAI MAI! Però belle le percussioni e quel WE dei coristi.
Domanda: ma alla Hunziker cosa hanno dato? Due settimane senza il marito e guarda tu, la forza dell’oRmone.
Max Gazzè la tua canzone è una poesia, una cosa magica. Maestosa la musica, piena ed emozionata l’interpretazione. La amavo già prima di sentirla solo per il titolo. Ma troppe S per te.
E comunque #perfortunafavinocè.
Fiorello risolleva le sorti dell’umore sanremese. Che le canzoni fino ad ora sono belle ma i conduttori, ‘nzomma.
La Vanoni, appena entrata, wow. Una persona malvagia mi fa: “bisogna vedere se ce la fa a cantare”. Il problema è che – altroché se ce l’ha fatta – ho solo 3 voti da esprimere.
Ermal Meta e Fabrizio Moro hanno una canzone bella e non banale. Cioè, il tema è facilmente banalizzabile, ma loro si armonizzano. Però, a vederli insieme sul palco, fanno impressione. Ermal, Moro ed Ermelinda.
Per Mario Biondi prendo in prestito le parole di Rossanza (la stessa della Vanoni, ndr). Il vocione di Mariolone Biondi è wowissima, ma “rende meglio in inglese”. Non so se perché le parole, in quel caso, non si capiscano. Fatto sta che la voce fa tutto, più delle parole.
Favino e il suo medley fanno arrevotare i piani alti del nazional popolare. Namastè, alè!
Cantano Roby Facchinetti e Riccardo Fogli. Musica: Michele Zarrillo.
Poi arrivano gli Stato Sociale e qui in sala stampa applaudono, alcuni avevano già sentito i brani. E niente, 3 voti sono pochi ma loro hanno il mio. #lavecchiaballa
Noemi non pervenuta: come sempre la sua voce alta un po’ ti piglia, anche se ero distratta e non mi ha distolta dalla distrazione. E niente, ottima per le sedute di sfogo e anti stress.
A passo nella storia: arrivano i Decibel. Sono trascorsi trent’anni dagli ’80 (anche qualcuno in più, la mia anagrafe parla) ma i due con Ruggeri sembrano usciti dritti dritti da là. E il titolo è una dedica al Duca Bianco ma, nota malinconica a parte per Bowie, nulla più.
Gli Elii: ma voi ci credete che si sciolgono? Mentre penso di scrivere che amo Cesareo (e a quando lo sfottevano nei concerti…) vedo Faso e non riesco a scegliere. Non so se è colpa della stanchità mia o vostra – la canzone non è ai vostri livelli – ma su, ripensateci.
Caccamo ha dichiarato di essersi chiuso per due mesi o forse più per scrivere il suo album e che a fine registrazioni abbia notato la barba. Pare vivesse in uno stato semibrado. La cosa bella di questa canzone è la barba. La sua.
Red-dalla giacca rossa-Canzian ha una musica che prende, seppur il “tu-tu-ru-tu-tu” sappia di retrò. Come dicono nella chat-malvagity-che-commenta-sul-mio-cell, “chist però c’ha fa”. Si, ce la fa, ma gli ex Pooh ormai cantano solo che “abbiamo fatto questo e siamo contenti di quello che abbiamo ricevuto” ma il passato è passato ed è meglio cantarlo alla loro maniera. Non con queste canzoni.
Barbarossa si fa amare. Il dialetto per dire con semplicità la quotidianità e sviscerarla per bene mi è piaciuto assai. Mi piace. E poi è simpatico e intelligente.
Diodato e Roy Paci: fiati e percussioni danno un bel vestito. Cavolo, mentre scrivo la musica trascina molto. Ma le parole no, non vanno.
Il coraggio di ogni giorno è viscerale, perché la musica, il testo, la mimica di Enzo Avitabile e Peppe Servillo ti pigliano rind a l’oss, gli stentini si arrevotano ma in senso buono. E poi ci sono sonorità che pochi artisti come loro sanno ricostruire.
Dopo ci sono stati altri cantanti, ma un po’ perché ho dovuto fare delle interviste, un po’ perché le ultime canzoni non hanno lasciato il segno, non ho proprio nulla da dire. Anzi no, una cosa ce l'ho: le ritrovate Vibrazioni si distinguono per il chitarrista.

Stop.
Fine prima serata.






domenica 28 gennaio 2018

Mumble rumble su digestione, fatica, gravidanze, lavoro non retribuito

Capita che in un pranzo di fine gennaio quasi febbraio, mentre il “morzo” di pane casereccio inzuppato nella scarpetta del sugo dei ziti spezzati domenicali viene accolto festante dai succhi gastrici e la fetta di anguria nana mi fa l’occhiolino (e, sì, ho ceduto)... e non vi sto a dire i dolci che le mani sante e venerabili di mia madre casalinga hanno preparato... capita che in questo contesto di poesia meritata – perché il settimo giorno anche il Padreterno si è riposato e ha goduto della meraviglia che lo circondava – capita che il morzo rischi di andarti storto e la fresca liquefazione zuccherosa dell’anguria di traverso.

Perché certe cose fanno l’effetto di una digestione attiva e di un peso fastidioso che per mandarlo via ci vorrebbe una cospicua quantità di citrosodina, di biochetasi o di qualsiasi cosa effervescente – all’uso, anche un bel bicchiere di Coca Cola molto gasata – che poi, si sa quale sia l’immediato effetto che produce. Ecco, mentre pensavo a tutto questo e intravvedevo in una emissione di aria gastrica una degna risposta ai miei mumble rumble, ho pensato: ma fa che ci stanno tanta sciemi che scrivono, mo due cose le scrivo pure io e ammèn.



Mentre passeggiavo tranquillamente su quella piazza di paese che è l’homepage di Facebook mi imbatto in un titolo stupefacente de Il Fatto Quotidiano, con una foto di Vittorio Feltri e una sua dichiarazione di senso che fa: Donne, se fate figli è un problema vostro ed è giusto che vi sottopaghino. L’interessante articolo del Fatto, scritto dalla giornalista Elisabetta Ambrosi (una che, leggendone parole e biografia, ha una testa niente male), riporta questa succulenta notizia, una di quelle che sbanca già dal titolo, promettendo argomentazioni al vetriolo. La collega – ah, si, anche io sono giornalista, di quelle pagate poi vedremo come ma sempre giornalista – scrive con una tale precisione e ironia che basterebbe condividere il suo, di articolo, e tutti potremmo dirci soddisfatti. Eppure nel corso degli anni ho capito che dire le cose, dirle con dati oggettivi e una testimonianza autentica, è importante e interessante perché chi legge si riconosca nelle parole e impari a dare aria alla bocca o tastiera alle dita e cacciare la “propria” di verità.


E così, mentre dal mio sud salernitano sento in sottofondo la quiete domenicale e qualche rumore natural-faunistico del vicino mare, penso a questo distinto signore del nord, nativo di Bergamo (chissà se alta o bassa), che magari oggi che è domenica ha coltivato l’orto di cui parla nel suo articolo.

Che poi l’orto è legato al ciclo della vita: che senso avrebbe metterlo a nuovo, nutrirlo, renderlo fertile se non per coltivarlo e raccoglierne i frutti che il ventre della natura – chissà se quella che coltiva Feltri è matrigna o benigna – vorrà offrire all’uomo al termine di un tempo di gestazione di quella terra pur fecondata da un seme.


Il fatto è riduttivamente questo: se le donne vogliono fare figli è giusto che non siano pagate o sottopagate rispetto agli uomini, che intanto lavorano; e, in linea di principio, la disparità di trattamento lavorativo è giusta per tutta una serie di – noiose – conseguenze di quanto sinteticamente scritto il rigo di sopra. Non vi starò a fare la ricerca della causa di questa disparità, potremmo arrivare ad Adamo ed Eva e dire che sì, alla fine, Eva è stata una malamenta perché se si fosse fatta i fatti suoi, il serpente, e la mela, e partorirai con dolore, etc etc.

Ora, capita anche che questo articolo faccia breccia nella mia capoccia e nelle mie riflessioni in un tempo in cui ho approfondito una serie di questioni legate alle tematiche gender a 360 gradi. Insomma, vorrei dire al distinto direttore Feltri che la questione cambio sesso, con pene al posto della vagina e tutto quello che ne consegue, non è proprio una passeggiata. E no, proprio no. Ahi ahi, signor Feltri, lei mi cade sull’uccello.

Iniziamo dall’inizio così iniziamo per bene.

Caro direttore Feltri, sono stata per 8 anni redattrice: prima di continuare, devo necessariamente aprire una “parente”. Le parlo di 8 anni perché ufficialmente non posso parlare di quegli anni in cui, da giovanissima, per fare la gavetta che lei dovrebbe conoscere molto bene, accettavo di scrivere senza essere pagata ma offrire inconsapevolmente il compenso a me dovuto – e firmato – a quanti da scranni posti più in alto di me decidevano cosa fare dei soldi destinati a me. Si sa, la saggezza dei padri.

Dicevo, sono stata redattrice in un lasso di tempo che comprende circa due cicli scolastici, scelga lei se preferisce le elementari e le medie, le medie e le superiori, un ciclo di laurea in medicina con una serie di specializzazioni. “Facci” lei. Un arco di tempo in cui, naturalmente, ufficialmente facevo la redattrice ma dire che facevo l’opera omnia della comunicazione forse – per chi conosce i rivoli immensi che portano acqua a un fiume o i diversi modi in cui si compie e declina la comunicazione – be’, forse renderebbe più chiaro far comprendere la portata del mio dire. 8 anni trascorsi a Roma a fare la prestigiatrice, perché guadagnare quanto guadagnavo io, pagando il dovuto per la sussistenza mensile, e arrivare con dignità a fine mese senza chiedere “l’aiuto da casa”, è una cosa che – mi creda – sa di mago Silvan e David Copperfield (il mago o il bambino, “facci” sempre lei) messi insieme.

Naturalmente, attorno a me non era un gineceo ma un ambiente misto, e anche se non ci si diceva apertamente la quantità della pecunia che – a un certo punto del mese – veniva depositato sui rintracciabilissimi conti correnti, sapevamo che c’era disparità di cifre tra uomini e donne. E, sia chiaro, non parlo tanto per la me dei primi anni, ma soprattutto per quelle generose donne che mi circondavano, che lavoravano instancabili e che si donavano senza lamentarsi.

Devo aprire una parentesi sul “donarsi”. Lei parla di straordinari e di una serie di “plus” che di solito vengono accreditati su uno stipendio base. Gentile direttore Feltri, le cose non stanno così: molti italiani oltre ad essere spesso banderuole a vento, sognatori, un po’ coglioni, partitari e pastasciuttari (sia chiaro, lo dico a metà tra l’amaro e il romantico perché io, nonostante tutto, amo il mio Paese), gli straordinari li conoscono poco. Io, ad esempio, pur avendo lavorato fino alle tre di notte, non ho mai conosciuto l’equivalente monetario di un concetto – quello di straordinario – che pur praticavo in termini di ore di lavoro.

Ora capita che gli anni passino, e i carichi e le responsabilità di lavoro aumentino, eppure lo stipendio resti uguale. Come ben sa, abbiamo una serie di primati in Italia in termini di tassazioni et varia et similia, motivo per cui può facilmente comprendere l’inflazione che uno stipendio basso accumuli nel tempo e, con esso, la qualità della vita che si può condurre. Sa, nonostante questo ce la si fa, ma solo grazie alla dignità. In questi anni mi sono trovata anche a introdurmi anagraficamente – e lo sono ancora – in quella fase di vita in cui attorno a te le coetanee primipare e oltre si moltiplichino, e intanto la tua vita va avanti. Poi capita, come a me è capitato, che questa possibilità su cui lei ha ampiamente argomentato, sparisca immediatamente e, niente, non è possibile poter passare dalla parte della barricata di chi fa figli biologici, va in maternità e deve leggere queste sue parole e provare nausea da gravidanza e da lettura. Lavorativamente parlando, quindi, pur non facendo pipì in piedi o mostrando lunghezze nelle docce delle palestre – al più, un po’ di pancetta e cellulite – sono paragonabile a un uomo nella possibilità di restare sul posto di lavoro. E, creda, sfido qualsiasi uomo a mantenere ritmi, stress, ansie altrui, qualità, quantità, rotture di coglioni, uteri maschili retroversi, che ho dovuto reggere io e portare a casa il lavoro che ho fatto. Nonostante tutto, pur non avendo con me l’utero del contendere, non sono stata degnamente gratificata remunerativamente e non solo. E dire che non sono neanche femminista.

Sa qual è il fatto, egregio direttore Feltri, il problema è che certe parole vengano da menti intelligenti come la sua – sede di opinioni non condivisibili, ma pur sempre intelligente –, aprendo il varco a pensieri e convinzioni altrui che fanno male a tanti, troppi. E non solo alle donne che portano avanti gravidanze, che cercano di far quadrare i conti, che magari portano a casa l’unico stipendio perché il marito è stato esodato o non ha un lavoro fisso o tanti altri casi, “facci” sempre lei –. Il problema è che il suo pensiero di uomo intelligente, capace di intelligere tra le righe, e di uomo di cultura permette, a tante persone di dire che “dovresti ringraziarci perché in tempo di crisi ti paghiamo addirittura lo stipendio e la gente fuori bussa e non sai che ti sostituiamo subito etc etc”.

Egregio direttore, ho una sorella sposata che vive Oltralpe e che, durante la gravidanza, ha conosciuto il welfare state francese verso le famiglie che si apprestano ad accogliere una nuova vita. Lo stesso welfare che, mentre io lottavo contro una serie di vicissitudini di salute e contro uno stato che, ancora oggi, non ha riconosciuto i miei diritti, quello stesso welfare la sosteneva perché in sé portava il segno di una vita nuova che andava accolta e, mia sorella, non mortificata come produttrice seriale di giovani forze destinate a pagare con il proprio giovane i contributi di canuti ex lavoratori che – giustamente – vogliono riscuotere la propria pensione.

Egregio direttore, non ho figli da offrire la bene comune della previdenza sociale ma mi auguro che, nonostante le sue parole, le donne che vorranno continuino a fare figli.


Che poi, si sa, è un po’ come il pallone e la pastasciutta la domenica: noi italiani ci acco
ntentiamo di poche cose. Purtroppo. Ed è su questo gioco perenne di carota e bastone che chi ha la voce più alta continua a farci credere che il pallone e la pastasciutta la domenica siano sufficienti.

La saluto, mentre la stanza è colorata da un sole giallo intenso e arancione, in questo autentico luogo comune di piccola città del sud senza lavoro ma ricca di dignità. 




giovedì 11 gennaio 2018

Itaca. Una nuova partenza, un nuovo viaggio

La porta della mia camera di Roma :)
Salerno, 11 gennaio 2018
Avevo scritto alcune parole poco più di un mese fa, la notte prima di tornare a Salerno, a poche ore dal mio trasloco di rientro dopo 8 anni di vita fuori casa. La mia stanza di Roma, che nel corso degli anni si era arricchita e colorata di segni e passaggi di vita, era spoglia e piena di echi di parole, di risate, di silenzi, di cose sussurrate o dette a gran voce.
Avevo deciso di scrivere per fermare su un foglio, seppur elettronico, quello che con grande immediatezza e fluidità di pensiero si stava dipanando dentro di me. Pensavo di avere scritto pensieri confusi, che la stanchezza e tutto il resto avessero calato una nube di imperscrutabilità, e invece no. Ho impiegato più di un’ora per ritrovare quel file e proprio mentre credevo di non poter rileggere quelle parole, sono ricomparse. E devo dire che, nonostante il limbo, tutto era molto più chiaro di quanto pensassi.

Roma, 29 novembre 2017
h. 00.30

Stanotte si va a braccio. Non che di solito ci sia un canovaccio nei miei pensieri: arrivano, a volte con un garbato “toc toc”, a volte in modo irruento, e si fanno strada nella mente, tra i tasti del computer, in una corsa digitale per stare dietro al fiume in piena di cose da provare a fermare attraverso le parole.
8 anni fa avevo deciso di partire: la laurea era un fatto recente, la prospettiva del primo lavoro post università era quasi una certezza e così, mentre iniziava ufficialmente la crisi economica, io entravo nel mondo del lavoro. 8 anni sono molti, ci stanno dentro due anni bisestili – se il conto è fortunato anche 3 – un ciclo di scuola materna ed elementare, o anche elementare e medie; le superiori e la laurea triennale in tempo record. In 8 anni stanno dentro incontri, frequentazioni, conoscenze, decisioni, innamoramenti, delusioni, grandi amori. In 8 anni ci sta tutto e il contrario di tutto – perché di certezze ce ne sono poche e “del diman”, del resto, si sa.

Ricordo come se fosse ieri un pomeriggio di the, cioccolata calda e biscotti tra amiche, una piacevole e confortevole parentesi di calore umano e affetto autentico prima di andare via. Ero forse Ulisse? Non lo so. Tra gli affetti che mi sono stati sempre vicini potrei riscontrare diverse forme di Penelope pronte ad attendere il mio ritorno. Di certo mi sono sempre sentita Jo, l’irrequieta protagonista di quelle Piccole donne che hanno segnato la mia crescita. Suo e mio è il sentire la necessità di buttare fuori quel mondo che pulsa dentro, di respirare, di andare oltre, di non sostare, di non stare nello stesso posto per troppo tempo, alla ricerca di qualcosa che ha bisogno di tempo per farsi conoscere, per farsi trovare.

Sono partita consapevole che avrei avuto di fronte a me mari da attraversare e città da conoscere, peripezie da vivere e difficoltà da affrontare. Ho camminato verso la mia Itaca andando a tentoni, tastando quanto mi circondava, provando a prendere le misure; fidandomi, a un tratto, del mio senso di orientamento, tra qualche cosa fatta bene e qualche caduta. Non rinnego nulla di questi 8 anni, nemmeno una decisione, anche se ora non vivrei tutto allo stesso modo. Guardo alla me che 8 anni fa ha iniziato un cammino e provo a fermarmi un attimo. C’è bisogno di prendere un grosso respiro perché l’approdo di oggi non è facile. Non è stato semplice decidere di rimettersi in viaggio, di ricominciare daccapo, di ripartire dal via anche se questo non è il gioco dell’oca o un passaggio del Monopoli e tanto meno ci sono alberghi costruiti a Piazza della Vittoria.

Quel pomeriggio, prima di ricevere le mie amiche, preparai per ciascuna di loro un piccolo rotolo di carta d’Amalfi con inscritta una poesia. L’avevo letta un po’ di tempo prima e mi era piaciuta. Lo so che Itaca mi dona il viaggio, la possibilità di cucirmi addosso le esperienze. Una persona saggia stasera mi ha detto: “I cambiamenti non sono mai facili, ma portano una ventata di aria fresca”.

Ogni volta che leggo la poesia di Konstantinos Kavafis sono grata a queste parole, a Itaca, al suo mito: per questa spinta indomita che mi dà la forza di preparare il mio bagaglio e rimettermi in viaggio.

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare. 

martedì 7 novembre 2017

In treno. Appunti di viaggio #2novembre

Un cadeau, un augurio #thanksto Antonella
21 mesi fa, oggi, caricavo musica sul mio tablet. Oggi, dopo un anno e nove mesi, per caso mi accorgo di questa concordanza di date, di questa cifra tonda che si compie e chiude. Mette un punto a un lungo periodo che 21 mesi fa ancora non sapevo precisamente a cosa mi avrebbe portato e oggi, guardandomi indietro, per nulla tornerei indietro. Un arco temporale abbastanza lungo che però, a ben vedere, racchiude più cose di quelle che avrebbe potuto contenere. Un tempo in cui ho fatto, vissuto, affrontato tante tantissime troppe cose.
Una fiacca stanchezza si sta facendo ora spazio, con quel leggero mal di testa che avanza sopra l'arcata delle sopracciglia, fin sulle palpebre, per giungere alla tempie e lì dimorare. Sono stanca di una stanchezza atavica, che pone le basi in un tempo anteriore al 2 febbraio 2016, ma questo non è ancora il tempo per sviscerare quella stanchezza.
Per ora mi preparo a questa piccola boccata di ossigeno, prima di tornare a respirare.

mercoledì 1 novembre 2017

Memories #3

...e chi lo dice che novembre sia mese mortifero? Spulciando tra le parole del passato emerge un post scritto qualche anno fa, un giorno di novembre in cui leggevo (per l'ennesima volta) una delle più belle scene mai scritte da penna intinta nell'intelletto umano.
La penna è datata 1813, l'intelletto femminile.
Parole che io vorrei sentirmi dire e che sono tratte da Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen.

Elizabeth e Darcy
...
(Elizabeth) - "Quando è cominciato?" - domandò - "Posso ben capire che, una volta nato, il sentimento abbia preso facilmente piede: ma che cosa ti ha fatto innamorare, inizialmente?"
(Darcy) - "Non saprei dire l'ora, il luogo, lo sguardo o le parole che segnarono l'inizio: accadde tutto troppo tempo fa. Comunque, mi ci trovai nel mezzo prima di sapere come fosse... cominciato"
- "Alla mia bellezza, avevi ben presto saputo resistere e, quanto alle mie maniere, quanto al mio comportamento nei tuoi confronti, spesso confinava semmai nell'incivile: non ti ho mai rivolto la parola senza desiderare di darti un qualche dispiacere. Dimmi sinceramente, ora: mi ammiravi per la mia impertinenza?"
- "Per la vivacità della tua mente, senza dubbio"

venerdì 27 ottobre 2017

Sul 451 #storiedibus

Questo il carrello con cui mercoledì 25 ottobre giravo per Roma
La signora del 548 è tornata. La sua nuova apparizione avviene in un giorno di saluti, giorno di antivigilia, di partenze e ripartenze. Avviene su un bus diverso, quel 451 di antica percorrenza che segna un tragitto diretto verso la meta.
La sua voce giunge alle mie orecchie mentre i miei occhi sono rivolti all’insù, a scorgere le imposte di un ultimo piano assolato su viale Togliatti, provando a immaginare la vita che si cela dietro quelle imposte baciate dal sole, a pochi passi da Cinecittà.
“Conosco questa voce...” mi dico, mentre mi giro e cerco di collocarla nello spazio del mezzo pubblico e nel tempo di questa mia vita romana. È di spalle, vedo solo una porzione di capelli e un carrello della spesa, blu navy a pois bianchi. Mi sembra di ricordare quel tono, anche se le parole pacate lasciano un dubbio al mio tentativo di far combaciare i pezzi del puzzle. Poi, la frase che fa scattare l’ingranaggio: «Aò, ho buttato tre buste de monnezza sta-matina, laggente me stava a guardà… ma che c’hanno da guardà, n’a fanno ‘a monnezza? S’a magnano?».
Mentre mi avvicinavo alla porta di uscita l’ho vista: era lei, con quell’espressione di corrucciata quotidianità, con le mani esili e i pantaloni-tuta di cotone, la piccola frangia a coprire una porzione di fronte e quelle labbra farlocche che emergono come un canotto sul bianco ovale del suo viso.
Arrivederci giovane signora del bus: mentre vado via sorrido notando che, come lei, anche io oggi giro per Roma con un carrello della spesa.

Click

Questo il mio orizzonte alle 3.29 del 22 ottobre 2017

Un click per interrompere, un click per iniziare.
Per la prima volta ho fatto partire una canzone in radio, in diretta. È una lunga notte: fuori il mondo sembra pacificato, qui è c’è una gran calma e la voce di David Bowie fluttua su tutto questo silenzio. L’odore della birra scura dal sapore di caffè riempie l’aria racchiusa nella circonferenza che ha come raggio la distanza tra il bicchiere e il mio naso.
Nello schermo che registra ogni picco del suono della musica trasmessa, c’è un riquadro in cui si vedono i microfoni, le cuffie, la postazione di chi da questa stanza di legno chiaro parla nel cuore della notte a quanti sono svegli, a chi non riesce a dormire, a chi lavora, a chi vaga senza una meta.
A chi si mette in ascolto, prima ancora di sentire, per accogliere parole donate al mondo.

3.29, calma e pace. Mi guardo attorno, scruto, tra poco forse dormirò un po’.
Piccole cose che mi fanno stare bene.

lunedì 16 ottobre 2017

Le stelle che brillano sempre


Oggi è uno di quei giorni in cui guardo il calendario con il cuore prima ancora che con gli occhi, perché ci sono giorni che sono impressi più di altri e sono destinati a restarlo sempre. 

È capitato poi che, mentre leggevo tra le righe di cose scritte in passato, ho ritrovato una cosa scritta il 29 agosto del 2010, nelle calde ore pomeridiane (erano le 16.31), quando l’estate non era ancora finita ma le mie ferie si, e mi trovavo a fare i conti con esperienze vissute e desideri in divenire. Ma in quei giorni pensavo anche ad altro. Erano i giorni in cui leggevo tutto d’un fiato Il piccolo principe e ogni pagina sembrava suggerirmi qualcosa. Da nove mesi vivevo a Roma e il mese delle stelle cadenti mi stava consegnando inattese novità.

Oggi se ripenso alle stelle che ricopiai tra i miei appunti più di 7 anni fa, penso a una stella lontana anni luce che continua a brillare. Brilla negli occhi di una giovane donna a Milano, cresciuta prima del tempo, che consegna ogni giorno una rinnovata – seppur a tratti difficile – voglia di vivere al suo meraviglioso bambino.


Le stelle (Il piccolo principe)
29 agosto 2010 alle ore 16:31
"Gli uomini hanno delle stelle che non sono lo stesse.
Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide.
Per altri non sono che delle piccole luci.
Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi.
Per il mio uomo d'affari erano dell'oro.
Ma tutte queste stelle stanno zitte.
Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha..."
"Che cosa vuoi dire?"
"Quando tu guarderai il cielo, la notte,
visto che io abiterò in una di esse,
visto che io riderò in una di esse,
allora sarà per te
come se tutte le stelle ridessero.
Tu avrai, tu solo, delle stelle
che sanno ridere!"

(Antoine de Saint-Exupery)



domenica 8 ottobre 2017

Il risotto al radicchio di Carmen

Il risotto al radicchio di Carmen
Galeotto fu il risotto e chi lo mantecò. È questo quello a cui pensavo oggi, a ora di pranzo, mentre per casa aleggiava un profumo delizioso di risotto al radicchio.
Facendo mente locale e un calcolo che è stato un vero e proprio salto nel tempo, io e la mia amica Carmen abbiamo quantificato l’arco temporale che da un risotto a un altro ci ha fatto pranzare insieme oggi, dopo 10 anni*.

Nel 2007-2008 ero alle prese con tutte le esperienze umane, universitarie, lavorative e parrocchiali, formative, curriculari ed extracurriculari, che riuscissi a mettere insieme in 24 ore. E a volte 24 ore sembravano non bastare. Dai diversi luoghi della vita mia e di quella delle persone della mia vita, a un certo punto della giornata un vortice di storie si riuniva in un luogo della mia città, Salerno, per mangiare insieme. A volte era casa mia, e magari eravamo solo io e il mio amico Ilario, davanti a lagane e fagioli e lagane e ceci, dopo che la lavanderia “Ondablu” aveva terminato l’ultimo turno. Ma il luogo per antonomasia in cui ci ritrovavamo era proprio casa di Ilario, Lallo per gli amici (e altri nomi improponibili quando si sarebbe trasferito a Londra…), il primo tra noi ad essere andato a vivere da solo. A casa di Lallo sono stati narrati fatti inenarrabili e storie tragicomiche; sono nate storie di una notte e storie di una vita. Ci sono state alcune delusioni. Ma, più di tutto, sono nate nuove, belle, sincere, autentiche, grandi amicizie.

L’amicizia è sacra. Gli anni della mia infanzia sono legati indissolubilmente ai ricordi degli amici cari. L’asilo, le scuole elementari; le lunghe e caldi estati, profumate di crema solare e pizzette; le scuole medie e le prime liti, le scuole superiori e le grandi domande. Per me gli anni della piccolezza in crescita sono mia sorella di sempre Ilaria e mia sorella di vita Miki, mio fratello Francesco - il piccolo di casa - mio cugino Andrea, Mattia e Giovanni,  e poi le “prime volte” che sono seguite. Queste persone hanno “fatto la base” delle mie relazioni, un po’ come quando esci a bere qualcosa con gli amici e mangi per farti la base per affrontare e sostenere tutto, per non farti cogliere impreparato. Senza di loro non sarebbe venuto il resto o, semplicemente, le cose non sarebbero state come sono state. Così, quando sono arrivati gli anni di “quando divento grande”, ho accolto con gioia la nuova ondata di persone che si sono affacciate nella mia vita.  

Work in progress

Quella sera a casa di Lallo, manco a dirlo, c’erano molte persone. Fuori pioveva e arrivammo un po’ alla spicciolata, chi prima chi dopo, chi molto dopo per vari motivi. Ognuno portava qualcosa, ma c’era sempre quello che si imbucava contando sull’abbondanza altrui. Una sorta di “portoghesi casalinghi” che scavalcavano il portone e la porta di ingresso e si accomodavano a tavola. Quelli erano gli anni in cui la mamma di Ilario preparava teglie e teglie di lasagna al forno per le partite di rugby di Lalluccio, per quel terzo tempo che oggi, a pensarci, io e Carmen ci andremmo con tanto piacere! 

Quella sera sul tavolo c’era del pane da tagliare e del salame da affettare, e come nella migliore tradizione delle serate da Lallo le battute si sprecavano. Ai fornelli c’era lei, la rossa, che si destreggiava tra due padelle di risotto al radicchio, mantecando un po’ alla volta questa grande quantità di cibo che – mi sembra di sentirli anche ora – ci chiedevano a gran voce dal salotto. 
Io l’avevo vista nella redazione del quotidiano in cui facevamo gavetta e, lei lo sa, mi incuteva uno strano timore reverenziale. Non so perché, ma emanava una grande serietà e professionalità mentre scriveva i pezzi al pc. Ora, non che Carmen non sia seria e professionale, ma quando gliel’ho detto la prima volta mi ha riso in faccia.
Dinanzi a quel risotto qualcosa è cambiato. Si dice che le grandi alleanze si stipulino a tavola, tra un piatto prelibato e un buon bicchiere di vino: il piatto prelibato lo ha preparato lei, a un certo punto il vino l’ho aggiunto anche io, direttamente nella padella, perché il brodo era finito e in qualche modo bisognava pur cuocere il riso…

San Simon e burro

Quando oggi preparavo gli ingredienti per questo secondo risotto al radicchio, una serie di ricordi si sono centrifugati nella mia testa, mentre Carmen mi prendeva in giro dicendo “Mi hai invitata a Roma per mangiare a tavola franca!”, “Eccert”. La forza di questo risotto al radicchio è nella scelta degli ingredienti, nella modalità di preparazione, nelle varianti che hanno, tra l’altro, il sapore del taleggio, nella certezza di un brodo abbondante e di un San Simon generoso. E poi in quel pizzico di esserci, condivisione, casacadutaggine, risate e non, sguardi obliqui e dita a V, viaggi in Irlanda e serate birrose. E ritorni a casa. Ieri, oggi, presto. 



*Per il risotto ci sono voluti circa 10 anni ma io e Carmen ci vediamo spesso, spessissimo. Tra poco ancora di più (per la sua felicità!).

Mano nella mano

All’improvviso una mano afferra la mia nel tentativo di placare il panico e, mentre mi giro, vedo due occhi fermi e rassicuranti, dritti nei...