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giovedì 14 settembre 2017

Ragazzina

Mia nonna Vincenza si divertiva a scattare foto a noi nipotini. Qui sono a casa dei nonni materni, 
un ricordo che rivive ogni volta che da casa mia mi affaccio e guardo "la finestra di fronte" 

Mi è capitata una cosa molto bella, pochi giorni fa. Di una bellezza che mi ha colpita per la sua franca semplicità, non dovuta, non attesa. Gli occhi profondi e i capelli bianchi di un uomo stanco e ricurvo sul suo dolore mi hanno guardato, le mani protese verso le mie, mentre il cuore consegnava alle labbra poche parole: “Sei brava, ragazzina”.

Qualche mese fa ho comprato il nuovo album dei Baustelle, “L’amore e la violenza”, una raccolta di canzoni che ogni volta mi sembra che Bianconi e compagnia non possano fare di meglio e, invece, ogni volta mi sbaglio. Tra le canzoni ce n’è una che mi sconquassa tutta perché è delicata e semplice, il canto d’amore di un padre timido eppur custode di parole e sentire come pochi. La canzone che il padre dedica alla sua “Ragazzina” – è questo il titolo – “Gambe secche che passeggi tra i coralli”, è lo sguardo di un padre che guarda e prova a tenerle la mano mentre attorno è tutta un’inquietudine, in sospensione tra il vivere e il morire, tra Biancaneve e la strega, in un mondo che “sbuccia le ginocchia e fa sanguinare”.
“Ma tu invece lo continui ad abbracciare (il mondo) e non lo lasci più”, perché i bambini sono così, vanno incontro alle cose e le prendono con sé. 

“Ragazzina” è il vezzeggiativo con cui Christopher chiama sua figlia Rory, nel (meraviglioso) telefilm “Una mamma per amica”, e lo fa nelle puntate andate in onda un annetto fa, con una Rory 32enne che si ritrova a fare i conti con quella fase della sua vita: perché si cresce e ci sono i sogni da coltivare, il mondo da abbracciare, streghe da conoscere, mele da evitare, orchi da allontanare e principi (?) da amare, ma arriva quel momento lì e non puoi fare altro che rallentare fino a fermare il tempo. La ragazzina Rory aveva dissodato il campo dell'ignoranza, irrigandolo e fortificandolo di esperienze e conoscenza, zaino in spalla e via verso il mondo. Poi la vita non è quasi mai quella che ti eri immaginata (eh, lo so che è una frase fatta ma se si dice “la saggezza degli antichi” ci sarà pure un motivo) e quindi ti ritrovi a riavvolgere il nastro per riascoltarlo.

E allora rivedo la ragazzina che ero, con le orecchie un poco a sventola che il tempo ha domato, con le codine e i ricci che – invece – si sono fatti sempre più indomiti; le gambe secche che si sono arrotondate e sono cresciute ma poco, gli occhi verdi sempre vigili e resi miopi dalla lettura; la curiosità del primo libro rimasta intatta ogni volta che una nuova porzione di mondo si fa spazio tra le mani e gli scaffali della mia libreria; i sogni ricorrenti e quelli infranti, i pensieri stupendi e quelli no; i vuoti e i pieni, il tempo di fermarsi. 

Rivedo la ragazzina di ieri e trovo la ragazzina di oggi, con le rughe di espressione, qualche cicatrice in più e sbucciature di ginocchia in meno, ma una rinnovata voglia di “abbracciare il mondo”. 
Torno allo sguardo carico di anni che mi ha chiamato “ragazzina” e allo stupore che si è disegnato sul mio viso. Solo ora mi accorgo che quelle parole erano un abbraccio per la donna di oggi.

lunedì 11 settembre 2017

Torrione. State of mind state of heart

La focaccia di Annamaria
“No, non puoi capire”.
“Io mi sono allontanata da casa di 120 km, la capisco la distanza!”
“No, scusa, ma davvero non puoi capire. Quando faccio le analisi, nel sangue cercano le tracce di leucociti, tas, marcatori, emocromo completo, Torrione. Perché Torrione lo tieni nel sangue”.

Questa conversazione* ha avuto luogo davvero: iniziamo col dire questo, così non lasciamo adito a supposizioni! Se siete nati e cresciuti in una città di provincia, e il senso di appartenenza al vostro rione è cresciuto proporzionalmente ai vostri anni, potete comprendere fino in fondo questa conversazione. Capita anche nelle metropoli, ma lì i quartieri somigliano più a delle città in miniatura e il senso del tutto si disperde come il riverbero delle onde concentriche al lancio di un sasso.

Torrione è il rione che raccorda il centro di Salerno, la mia città, con l’inizio delle zone periferiche orientali, un quartiere particolarmente esteso e che conta anche una zona collinare – Torrione Alto – che svetta a metà e che, naturalmente, non sarà mai bella come la vera “Torrione”, che non si chiama Torrione bassa perché non ha bisogno di essere identificata in sé. Torrione, punto.

Questo amore rionale affonda le sue radici nei ricordi di sempre, in quelli che diventano un prisma colorato attraverso il quale passa la luce che accende la memoria.
I ricordi dei primi anni di scuola, tra asilo e scuola elementare, quando il viale alberato di casa mia pullulava di zaini colorati e grembiuli, trecce e codine.
I ricordi dei Natali addobbati, quando le luci erano quelle dei negozi che si rivestivano di oro e argento, mentre impaurita guardavo attorno con circospezione temendo di scorgere Babbo Natale (una paura che ho superato in età avanzata…).
I ricordi delle primavere in fiore, con il naso all’insù per provare a scorgere la prima rondine; o dei mesi di maggio degli anni delle scuole medie, che odoravano di caffè tostato e rugiada, in quel tempo sospeso verso l’estate.
I ricordi dei mesi di luglio, quando una carovana di ragazzini camminava in fila indiana verso la spiaggia, capitanati da un padre generoso e premuroso che faceva incetta di pizzette e focacce prima di consegnarci alla sabbia. Erano mesi “unti” di cibo e creme protettive, e il profumo di crema al cocco ha impregnato da quel dì i miei ricordi marini, perché l’estate non è tale se non sento nell’aria la crema al cocco.

Quando sono andata a vivere a Roma, circa 8 anni fa, ho guardato con curiosità ai quartieri romani, ai municipi, provando a intercettare qualcosa di originario e natìo in quelle strade larghe. Ho trovato qualcosa di simile nella mia amata Tuscolana, che con Torrione condivide la “T” iniziale e il suo essere varia e pullulante di gente, con la mia edicola di riferimento (i giornalai sono per me imprescindibili!), varie parrocchie, il supermercato, le vetrine, il vociare per strada, i sudisti salernitani presenti in quantità massiccia.

Quando torno a casa, a Salerno, e dalla stazione la macchina svolta su Piazza della Concordia, l’odore della salsedine mi invade e inizio a sentirmi a casa. Ma quando arrivo ai campetti di tennis, sotto il Forte la Carnale, e scorgo la scalinata della mia parrocchia, i giochi nel parco dell’infanzia, i muretti con la balaustra che ha misurato la crescita (poca, per me) in altezza della mia generazione, in quel momento un sorriso si distende sul mio viso, da una parte all’altra delle lentiggini, e sono felice.


*La conversazione ha avuto luogo da Annamaria, la storica panettiera che ha sfamato diverse generazioni di bimbi della scuola elementare “Matteo Mari”, come documenta la focaccia nella foto di questo post. Ai miei tempi, la focaccia ripiena di cracker sbriciolati era il top.

Mano nella mano

All’improvviso una mano afferra la mia nel tentativo di placare il panico e, mentre mi giro, vedo due occhi fermi e rassicuranti, dritti nei...