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venerdì 12 febbraio 2021

Piccoli fiocchi di neve

È stata una settimana impegnativa, della serie che meno male che c’è la Maratona Mentana o ci sarebbe da farsi capa e mura senza ammortizzatori. Mentre osservo il variopinto panorama italiano dall’oblò della multimedialità, a Strasburgo ci stiamo deliziando da un po’ di giorni con la seconda ondata di freddo, quello serio, quello che durante le notti in cui non riesco a dormire controllo meteo e gradi a intervalli regolari di pipì. 

Che poi, abitando a un piano alto leggermente mansardato capita che la neve, una volta posatasi su tetto e finestre, ogni tanto si lasci romanticamente scivolare fino ad atterrare con un rumore sordo sul marciapiede. Stamattina, però, questo non è successo. Il tetto del palazzo di fronte si è chiazzato di bianco ma le mie finestre no. La neve si è posata come polline su vetro: i cristalli di neve si sono poggiati uno a uno, singolarmente, penso di non averli mai visti così. 

Questa immagine semplice mi ha fatto tornare alla mente un cartone animato che si chiama “Piccoli fiocchi di neve” e che mi piaceva molto. Così questa mattina, nel silenzio di casa, mentre il pc iniziava a caricarsi e una nuova giornata di lavoro stava per partire, per trenta secondi mi sono messa con la faccia vicino al vetro della finestra a osservare quei piccoli fiocchi di neve, mentre il ricordo del profumo della colazione e di mamma in cucina faceva capolino nella memoria di me bambina.



lunedì 24 settembre 2018

Il foglio bianco



La prima volta che ho affrontato il foglio bianco ero in terza elementare, la maestra ci diede una traccia e noi piccoli alunni eravamo lì, di fronte a queste righe strette, a cercare di mettere insieme le parole per raccontare qualcosa e raccogliere il plauso della maestra. Si cercava di afferrare con la mente qualcosa – i pensieri – e di metterli in sequenza uno dietro l’altro. Certo, per mettere insieme un pensiero occorre pensare e a 8 anni il dubbio che quel qualcosa a cui pensare – e quindi da scrivere – non avesse un suo nesso mi fece vivere per la prima volta l’ansia da foglio bianco, ben noto a chi ha a che fare costantemente con le parole.

Quattro mesi che non scrivo sul blog, e in effetti è un lungo foglio bianco quello che si dipana dinanzi ai miei occhi. Quattro mesi in cui l’inchiostro digitale non ha battuto il nero sul bianco del word, lasciando un buco comunicativo nel mio reale mondo virtuale. Un foglio si può misurare in giorni? Un foglio grande 120 giorni il mio, lungo circa 4 volte il cammino di Santiago, in cui i pensieri si sono rincorsi in silenzio per non fare troppo rumore.

Che il silenzio, poi, a volte è solo apparente perché, mentre fuori non si sente nulla, la meccanica del cuore macina ingranaggi su ingranaggi, scandisce il tempo, i pensieri, le parole, e l’afonia non è mancanza di parole ma volontà di tenerle dentro, macerarle, tenerle sotto spirito come le amarene che mia madre prepara in estate per lasciarle diventare ciò che diventeranno, lasciare che prendano sapore. Un po’ come la vendemmia che faceva mio padre, quando preparava i tini e attendeva che l’uva pigiata diventasse altro, si consumasse in se stessa per diventare qualcosa di nuovo. E ancora lo ricordo l’odore che saliva dalle cantine di legno e mura umide, fin nella casa del paradiso: era il profumo di attesa silenziosa.

Nel silenzio che ha vorticato nella mia mente ho scritto e riscritto molte parole: ho raccontato i piccoli accadimenti che ho osservato camminando per le strade di un Paese nuovo e di una nuova città, ascoltando parole sfuggenti in una lingua che non è la mia e che mi sto allenando a trattenere nella mente, acchiappandone il significato; ho raccontato di case cadute scansate e di crepe che mi hanno toccato; ho scritto di sveglie all’alba e di camminate mattutine, quando ti fermi ad attendere il tram delle 7.08 e i lampioni notturni si spengono; ho scritto di treni, di vagoni che non si incontrano mai e di biciclette che sfrecciano come i motorini a Salerno, mentre ti giri a guardarne una di bicicletta; ho scritto di un lunedì alle 7.00 che urla ancora dentro e di notti di veglia che sembrava non dovessero finire mai. Ho scritto di lontananze che sanno farsi vicine e di fatti veri che sono e resteranno sempre tali e, forse, tra le poche parole che davvero saranno scritte.

Non ho scritto niente di tutto ciò, non c’è un nero che abbia segnato il bianco di un singolo foglio: eppure è tutto segnato, indelebile.

(In sottofondo ci sono le parole delle chat sul telefonino, le mail procrastinate, le cose tristi, i fatti da dirsi perché la distanza pesa e dobbiamo accorciare i chilometri, le chat sceme sul telefonino che ci fanno ridere assai, le parole dette e quelle taciute e le sorprese rivelate che sanno ancora di sorpresa perché le parole, quelle vere, quelle belle, hanno il sapore della meraviglia).

domenica 15 aprile 2018

Take care


Una mano sull’altra. Un gesto che ha tanti significati e che ricordo di aver impresso negli occhi e nella memoria sin da anni a due cifre e tre decadi fa.

Sul volo da Napoli a Basilea un uomo e una donna sono seduti accanto a me. Lui straniero, forse tedesco, lei probabilmente italiana o masticatrice della mia lingua. La mano di lei su quella di lui, i motori che vanno veloci per raggiungere quel rombo forte da ruote in velocità crescente fino a far staccare da terra quel grosso aggeggio che conteneva circa 160 storie. È proprio negli istanti immediatamente precedenti al distacco delle ruote da terra che la pressione delle mani si fa più forte, mentre le dita un po’ sbiancano, come succede quando si stringe qualcosa, qualcuno. Sul volto di lui un’espressione vitrea, di evidente paura; sul volto di lei una pace rassicurante, il tentativo osmotico di far passare un po’ di serenità attraverso quei canali di mani.

Lungo le strade di Strasburgo una madre posa la sua mano su quella del suo bambino. La prende, le sfugge – perché il desiderio di corsa e libertà sono un istinto irrefrenabile all’uscita da scuola – poi la riprende. Quella mano grande che stringe la mano piccola è un porto sicuro, una bussola esatta, la stella polare dell’esserci.

In una sala da ballo poco fuori Illkirch mani si prendono per mano e danno vita alla danza.
Sono mani allenate, mani leggere, mani che si accolgono e si guidano vicendevolmente, in un’armonia di movimenti e leggiadria di cuori. In quella sala da ballo una mano prende la mia tra le mani. È una mano sconosciuta, appartengono a occhi sorridenti e sorriso rassicurante, pronti ad accogliere il terrore dei miei occhi e la paura del mio corpo. Sono mani esperte. Mi rasserenano, mi guidano e mi accompagnano. Si prendono cura di me.

Sul volo da Basilea a Napoli un uomo e una donna sono seduti al mio fianco. Sono stati giorni di occhi pieni e pensieri nebulosi, di riflessioni e fardelli, di gioie e corse e risate, di pizzicotti amorosi e abbracci e baci e parole straniere. La testa e il cuore non si accordano e guardo queste mani ma non le vedo. Mi ci vuole un volo quasi completo, una dormita, un risveglio, una stiracchiata e un po’ di perturbazioni per capire. Sono le mani di un uomo e di una donna che hanno lasciato la loro terra, hanno iniziato una nuova vita in una terra lontana, hanno seminato e accudito il frutto di tanto faticare. Sono le mani di un uomo ottantenne con il cuore di un giovane, di una donna piccola e dal sorriso discreto che ha custodito il segreto di un amore restando sempre un passo indietro consapevole di essere, invece, alla guida poco più avanti. Sono mani che si sono mosse per articolare storie e ricordi, città e paesi, figli e amici, a me che ero seduta lì vicino. Sono mani che si prendono cura e che custodiscono una lunga storia.

“Take care”: mi piace questo verbo che dice “stai attento” per dire più comunemente “prenditi cura”, perché la cura per qualcosa, per qualcuno, si concretizza nell’attenzione donata.

Poi ci sono le mani piccole piccole che si prendono per mano. Sono sogni teneri e speranze delicate.

venerdì 25 agosto 2017

Modalità memories: ON

Lungomare di Salerno - agosto 2017 - ore 7.40






Stamattina presto, mentre il giorno si palesava nell'aria e il silenzio si rompeva sempre più, pensavo a mia sorella e alla sua famiglia in partenza per casa loro, a Strasburgo; pensavo ai 1289 km che separano la loro quotidianità da quella di tutti noi qua. Nella mia testa riflessioni e parole hanno iniziato a farsi spazio. Ma poi la giornata mi ha messo di fronte a pensieri e parole del passato, a note e appunti di giorni lontani nel tempo e nello spazio, ed eccomi qua.
I pensieri di oggi hanno bisogno di più tempo per
essere elaborati. Oggi sul mio blog attivo la modalità memories. Vediamo cosa scrivevo qualche anno fa.

12 gennaio 2009
Rjabinin (da L'elegenza del riccio - Muriel Barbery)
"…La più bella scena di Anna Karenina è ambientata a Pokrovskoe. Levin, cupo e malinconico, cerca di dimenticare Kitty.
È primavera, va nei campi a falciare con i suoi contadini. All’inizio il lavoro gli sembra troppo duro. Sta per implorare pietà, quando il vecchio contadino che guida la fila ordina una pausa. Poi la falciatura riprende. Levin è di nuovo allo stremo delle forze, ma il vecchio alza una seconda volta la falce. Riposo. E la fila si rimette in cammino, quaranta individui che abbattono le andane e avanzano verso il fiume mentre sorge il sole. Fa sempre più caldo, le braccia e le spalle di Levin sono inondate di sudore, ma tra pause e riprese i suoi gesti, inizialmente maldestri e dolorosi, si fanno sempre più sciolti. All’improvviso una beata frescura gli copre la schiena. Pioggia d’estate. A poco a poco Levin libera i movimenti dal peso della volontà, entra nella leggere trance che, senza riflessione né calcolo, conferisce ai gesti la perfezione delle azioni meccaniche e consapevoli, e la falce sembra muoversi da sola mentre Levin si delizia dell’oblio, nel movimento che rende il piacere di fare meravigliosamente estraneo agli sforzi della volontà.

È ciò che succede in tanti momenti felici della nostra esistenza. Sollevati dal fardello della decisione e dell’intenzione, navigando sui nostri mari interiori, assistiamo ai nostri movimenti come se fossero le azioni di un altro e tuttavia ne ammiriamo l’involontaria eccellenza. Quale altro motivo potrei avere io per scrivere questo, il ridicolo diario di una portinaia che invecchia, se non che la scrittura somiglia all’arte del falciare? Quando le righe divengono demiurghi di se stesse, quando assisto, come un miracoloso insaputo, alla nascita sulla carta di frasi che sfuggono alla mia volontà e che si imprimono sul foglio mio malgrado, esse mi fanno conoscere quello che non sapevo né credevo di volere, gioisco di questo parto indolore, di questa evidenza non calcolata, e del fatto che seguo senza fatica né certezza, con la felicità delle meraviglie sincere, una penna che mi guida e mi porta.
…
Come facciamo presto, dall’apparenza e dalla posizione, a trarre conclusioni sull’intelligenza di tutti gli esseri…Rjabinin, che conta le sabbie del mare, abile commediante e manipolatore arguto, non si cura dei pregiudizi che gravano su di lui. Nato intelligente e paria, la gloria non lo interessa; lo spingono sulle strade del mondo solo la promessa del profitto e la prospettiva di andare a derubare garbatamente i signori di un sistema idiota che lo disprezza ma non sa frenarlo. Così sono io, povera portinaia rassegnata alla mancanza di fasti – ma anomalia di un sistema che per questo si rivela grottesco e del quale, ogni giorno, mi burlo sottovoce nella mia interiorità inaccessibile a chiunque".

Mano nella mano

All’improvviso una mano afferra la mia nel tentativo di placare il panico e, mentre mi giro, vedo due occhi fermi e rassicuranti, dritti nei...