domenica 28 gennaio 2018

Mumble rumble su digestione, fatica, gravidanze, lavoro non retribuito

Capita che in un pranzo di fine gennaio quasi febbraio, mentre il “morzo” di pane casereccio inzuppato nella scarpetta del sugo dei ziti spezzati domenicali viene accolto festante dai succhi gastrici e la fetta di anguria nana mi fa l’occhiolino (e, sì, ho ceduto)... e non vi sto a dire i dolci che le mani sante e venerabili di mia madre casalinga hanno preparato... capita che in questo contesto di poesia meritata – perché il settimo giorno anche il Padreterno si è riposato e ha goduto della meraviglia che lo circondava – capita che il morzo rischi di andarti storto e la fresca liquefazione zuccherosa dell’anguria di traverso.

Perché certe cose fanno l’effetto di una digestione attiva e di un peso fastidioso che per mandarlo via ci vorrebbe una cospicua quantità di citrosodina, di biochetasi o di qualsiasi cosa effervescente – all’uso, anche un bel bicchiere di Coca Cola molto gasata – che poi, si sa quale sia l’immediato effetto che produce. Ecco, mentre pensavo a tutto questo e intravvedevo in una emissione di aria gastrica una degna risposta ai miei mumble rumble, ho pensato: ma fa che ci stanno tanta sciemi che scrivono, mo due cose le scrivo pure io e ammèn.



Mentre passeggiavo tranquillamente su quella piazza di paese che è l’homepage di Facebook mi imbatto in un titolo stupefacente de Il Fatto Quotidiano, con una foto di Vittorio Feltri e una sua dichiarazione di senso che fa: Donne, se fate figli è un problema vostro ed è giusto che vi sottopaghino. L’interessante articolo del Fatto, scritto dalla giornalista Elisabetta Ambrosi (una che, leggendone parole e biografia, ha una testa niente male), riporta questa succulenta notizia, una di quelle che sbanca già dal titolo, promettendo argomentazioni al vetriolo. La collega – ah, si, anche io sono giornalista, di quelle pagate poi vedremo come ma sempre giornalista – scrive con una tale precisione e ironia che basterebbe condividere il suo, di articolo, e tutti potremmo dirci soddisfatti. Eppure nel corso degli anni ho capito che dire le cose, dirle con dati oggettivi e una testimonianza autentica, è importante e interessante perché chi legge si riconosca nelle parole e impari a dare aria alla bocca o tastiera alle dita e cacciare la “propria” di verità.


E così, mentre dal mio sud salernitano sento in sottofondo la quiete domenicale e qualche rumore natural-faunistico del vicino mare, penso a questo distinto signore del nord, nativo di Bergamo (chissà se alta o bassa), che magari oggi che è domenica ha coltivato l’orto di cui parla nel suo articolo.

Che poi l’orto è legato al ciclo della vita: che senso avrebbe metterlo a nuovo, nutrirlo, renderlo fertile se non per coltivarlo e raccoglierne i frutti che il ventre della natura – chissà se quella che coltiva Feltri è matrigna o benigna – vorrà offrire all’uomo al termine di un tempo di gestazione di quella terra pur fecondata da un seme.


Il fatto è riduttivamente questo: se le donne vogliono fare figli è giusto che non siano pagate o sottopagate rispetto agli uomini, che intanto lavorano; e, in linea di principio, la disparità di trattamento lavorativo è giusta per tutta una serie di – noiose – conseguenze di quanto sinteticamente scritto il rigo di sopra. Non vi starò a fare la ricerca della causa di questa disparità, potremmo arrivare ad Adamo ed Eva e dire che sì, alla fine, Eva è stata una malamenta perché se si fosse fatta i fatti suoi, il serpente, e la mela, e partorirai con dolore, etc etc.

Ora, capita anche che questo articolo faccia breccia nella mia capoccia e nelle mie riflessioni in un tempo in cui ho approfondito una serie di questioni legate alle tematiche gender a 360 gradi. Insomma, vorrei dire al distinto direttore Feltri che la questione cambio sesso, con pene al posto della vagina e tutto quello che ne consegue, non è proprio una passeggiata. E no, proprio no. Ahi ahi, signor Feltri, lei mi cade sull’uccello.

Iniziamo dall’inizio così iniziamo per bene.

Caro direttore Feltri, sono stata per 8 anni redattrice: prima di continuare, devo necessariamente aprire una “parente”. Le parlo di 8 anni perché ufficialmente non posso parlare di quegli anni in cui, da giovanissima, per fare la gavetta che lei dovrebbe conoscere molto bene, accettavo di scrivere senza essere pagata ma offrire inconsapevolmente il compenso a me dovuto – e firmato – a quanti da scranni posti più in alto di me decidevano cosa fare dei soldi destinati a me. Si sa, la saggezza dei padri.

Dicevo, sono stata redattrice in un lasso di tempo che comprende circa due cicli scolastici, scelga lei se preferisce le elementari e le medie, le medie e le superiori, un ciclo di laurea in medicina con una serie di specializzazioni. “Facci” lei. Un arco di tempo in cui, naturalmente, ufficialmente facevo la redattrice ma dire che facevo l’opera omnia della comunicazione forse – per chi conosce i rivoli immensi che portano acqua a un fiume o i diversi modi in cui si compie e declina la comunicazione – be’, forse renderebbe più chiaro far comprendere la portata del mio dire. 8 anni trascorsi a Roma a fare la prestigiatrice, perché guadagnare quanto guadagnavo io, pagando il dovuto per la sussistenza mensile, e arrivare con dignità a fine mese senza chiedere “l’aiuto da casa”, è una cosa che – mi creda – sa di mago Silvan e David Copperfield (il mago o il bambino, “facci” sempre lei) messi insieme.

Naturalmente, attorno a me non era un gineceo ma un ambiente misto, e anche se non ci si diceva apertamente la quantità della pecunia che – a un certo punto del mese – veniva depositato sui rintracciabilissimi conti correnti, sapevamo che c’era disparità di cifre tra uomini e donne. E, sia chiaro, non parlo tanto per la me dei primi anni, ma soprattutto per quelle generose donne che mi circondavano, che lavoravano instancabili e che si donavano senza lamentarsi.

Devo aprire una parentesi sul “donarsi”. Lei parla di straordinari e di una serie di “plus” che di solito vengono accreditati su uno stipendio base. Gentile direttore Feltri, le cose non stanno così: molti italiani oltre ad essere spesso banderuole a vento, sognatori, un po’ coglioni, partitari e pastasciuttari (sia chiaro, lo dico a metà tra l’amaro e il romantico perché io, nonostante tutto, amo il mio Paese), gli straordinari li conoscono poco. Io, ad esempio, pur avendo lavorato fino alle tre di notte, non ho mai conosciuto l’equivalente monetario di un concetto – quello di straordinario – che pur praticavo in termini di ore di lavoro.

Ora capita che gli anni passino, e i carichi e le responsabilità di lavoro aumentino, eppure lo stipendio resti uguale. Come ben sa, abbiamo una serie di primati in Italia in termini di tassazioni et varia et similia, motivo per cui può facilmente comprendere l’inflazione che uno stipendio basso accumuli nel tempo e, con esso, la qualità della vita che si può condurre. Sa, nonostante questo ce la si fa, ma solo grazie alla dignità. In questi anni mi sono trovata anche a introdurmi anagraficamente – e lo sono ancora – in quella fase di vita in cui attorno a te le coetanee primipare e oltre si moltiplichino, e intanto la tua vita va avanti. Poi capita, come a me è capitato, che questa possibilità su cui lei ha ampiamente argomentato, sparisca immediatamente e, niente, non è possibile poter passare dalla parte della barricata di chi fa figli biologici, va in maternità e deve leggere queste sue parole e provare nausea da gravidanza e da lettura. Lavorativamente parlando, quindi, pur non facendo pipì in piedi o mostrando lunghezze nelle docce delle palestre – al più, un po’ di pancetta e cellulite – sono paragonabile a un uomo nella possibilità di restare sul posto di lavoro. E, creda, sfido qualsiasi uomo a mantenere ritmi, stress, ansie altrui, qualità, quantità, rotture di coglioni, uteri maschili retroversi, che ho dovuto reggere io e portare a casa il lavoro che ho fatto. Nonostante tutto, pur non avendo con me l’utero del contendere, non sono stata degnamente gratificata remunerativamente e non solo. E dire che non sono neanche femminista.

Sa qual è il fatto, egregio direttore Feltri, il problema è che certe parole vengano da menti intelligenti come la sua – sede di opinioni non condivisibili, ma pur sempre intelligente –, aprendo il varco a pensieri e convinzioni altrui che fanno male a tanti, troppi. E non solo alle donne che portano avanti gravidanze, che cercano di far quadrare i conti, che magari portano a casa l’unico stipendio perché il marito è stato esodato o non ha un lavoro fisso o tanti altri casi, “facci” sempre lei –. Il problema è che il suo pensiero di uomo intelligente, capace di intelligere tra le righe, e di uomo di cultura permette, a tante persone di dire che “dovresti ringraziarci perché in tempo di crisi ti paghiamo addirittura lo stipendio e la gente fuori bussa e non sai che ti sostituiamo subito etc etc”.

Egregio direttore, ho una sorella sposata che vive Oltralpe e che, durante la gravidanza, ha conosciuto il welfare state francese verso le famiglie che si apprestano ad accogliere una nuova vita. Lo stesso welfare che, mentre io lottavo contro una serie di vicissitudini di salute e contro uno stato che, ancora oggi, non ha riconosciuto i miei diritti, quello stesso welfare la sosteneva perché in sé portava il segno di una vita nuova che andava accolta e, mia sorella, non mortificata come produttrice seriale di giovani forze destinate a pagare con il proprio giovane i contributi di canuti ex lavoratori che – giustamente – vogliono riscuotere la propria pensione.

Egregio direttore, non ho figli da offrire la bene comune della previdenza sociale ma mi auguro che, nonostante le sue parole, le donne che vorranno continuino a fare figli.


Che poi, si sa, è un po’ come il pallone e la pastasciutta la domenica: noi italiani ci acco
ntentiamo di poche cose. Purtroppo. Ed è su questo gioco perenne di carota e bastone che chi ha la voce più alta continua a farci credere che il pallone e la pastasciutta la domenica siano sufficienti.

La saluto, mentre la stanza è colorata da un sole giallo intenso e arancione, in questo autentico luogo comune di piccola città del sud senza lavoro ma ricca di dignità. 




giovedì 11 gennaio 2018

Itaca. Una nuova partenza, un nuovo viaggio

La porta della mia camera di Roma :)
Salerno, 11 gennaio 2018
Avevo scritto alcune parole poco più di un mese fa, la notte prima di tornare a Salerno, a poche ore dal mio trasloco di rientro dopo 8 anni di vita fuori casa. La mia stanza di Roma, che nel corso degli anni si era arricchita e colorata di segni e passaggi di vita, era spoglia e piena di echi di parole, di risate, di silenzi, di cose sussurrate o dette a gran voce.
Avevo deciso di scrivere per fermare su un foglio, seppur elettronico, quello che con grande immediatezza e fluidità di pensiero si stava dipanando dentro di me. Pensavo di avere scritto pensieri confusi, che la stanchezza e tutto il resto avessero calato una nube di imperscrutabilità, e invece no. Ho impiegato più di un’ora per ritrovare quel file e proprio mentre credevo di non poter rileggere quelle parole, sono ricomparse. E devo dire che, nonostante il limbo, tutto era molto più chiaro di quanto pensassi.

Roma, 29 novembre 2017
h. 00.30

Stanotte si va a braccio. Non che di solito ci sia un canovaccio nei miei pensieri: arrivano, a volte con un garbato “toc toc”, a volte in modo irruento, e si fanno strada nella mente, tra i tasti del computer, in una corsa digitale per stare dietro al fiume in piena di cose da provare a fermare attraverso le parole.
8 anni fa avevo deciso di partire: la laurea era un fatto recente, la prospettiva del primo lavoro post università era quasi una certezza e così, mentre iniziava ufficialmente la crisi economica, io entravo nel mondo del lavoro. 8 anni sono molti, ci stanno dentro due anni bisestili – se il conto è fortunato anche 3 – un ciclo di scuola materna ed elementare, o anche elementare e medie; le superiori e la laurea triennale in tempo record. In 8 anni stanno dentro incontri, frequentazioni, conoscenze, decisioni, innamoramenti, delusioni, grandi amori. In 8 anni ci sta tutto e il contrario di tutto – perché di certezze ce ne sono poche e “del diman”, del resto, si sa.

Ricordo come se fosse ieri un pomeriggio di the, cioccolata calda e biscotti tra amiche, una piacevole e confortevole parentesi di calore umano e affetto autentico prima di andare via. Ero forse Ulisse? Non lo so. Tra gli affetti che mi sono stati sempre vicini potrei riscontrare diverse forme di Penelope pronte ad attendere il mio ritorno. Di certo mi sono sempre sentita Jo, l’irrequieta protagonista di quelle Piccole donne che hanno segnato la mia crescita. Suo e mio è il sentire la necessità di buttare fuori quel mondo che pulsa dentro, di respirare, di andare oltre, di non sostare, di non stare nello stesso posto per troppo tempo, alla ricerca di qualcosa che ha bisogno di tempo per farsi conoscere, per farsi trovare.

Sono partita consapevole che avrei avuto di fronte a me mari da attraversare e città da conoscere, peripezie da vivere e difficoltà da affrontare. Ho camminato verso la mia Itaca andando a tentoni, tastando quanto mi circondava, provando a prendere le misure; fidandomi, a un tratto, del mio senso di orientamento, tra qualche cosa fatta bene e qualche caduta. Non rinnego nulla di questi 8 anni, nemmeno una decisione, anche se ora non vivrei tutto allo stesso modo. Guardo alla me che 8 anni fa ha iniziato un cammino e provo a fermarmi un attimo. C’è bisogno di prendere un grosso respiro perché l’approdo di oggi non è facile. Non è stato semplice decidere di rimettersi in viaggio, di ricominciare daccapo, di ripartire dal via anche se questo non è il gioco dell’oca o un passaggio del Monopoli e tanto meno ci sono alberghi costruiti a Piazza della Vittoria.

Quel pomeriggio, prima di ricevere le mie amiche, preparai per ciascuna di loro un piccolo rotolo di carta d’Amalfi con inscritta una poesia. L’avevo letta un po’ di tempo prima e mi era piaciuta. Lo so che Itaca mi dona il viaggio, la possibilità di cucirmi addosso le esperienze. Una persona saggia stasera mi ha detto: “I cambiamenti non sono mai facili, ma portano una ventata di aria fresca”.

Ogni volta che leggo la poesia di Konstantinos Kavafis sono grata a queste parole, a Itaca, al suo mito: per questa spinta indomita che mi dà la forza di preparare il mio bagaglio e rimettermi in viaggio.

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare. 

martedì 7 novembre 2017

In treno. Appunti di viaggio #2novembre

Un cadeau, un augurio #thanksto Antonella
21 mesi fa, oggi, caricavo musica sul mio tablet. Oggi, dopo un anno e nove mesi, per caso mi accorgo di questa concordanza di date, di questa cifra tonda che si compie e chiude. Mette un punto a un lungo periodo che 21 mesi fa ancora non sapevo precisamente a cosa mi avrebbe portato e oggi, guardandomi indietro, per nulla tornerei indietro. Un arco temporale abbastanza lungo che però, a ben vedere, racchiude più cose di quelle che avrebbe potuto contenere. Un tempo in cui ho fatto, vissuto, affrontato tante tantissime troppe cose.
Una fiacca stanchezza si sta facendo ora spazio, con quel leggero mal di testa che avanza sopra l'arcata delle sopracciglia, fin sulle palpebre, per giungere alla tempie e lì dimorare. Sono stanca di una stanchezza atavica, che pone le basi in un tempo anteriore al 2 febbraio 2016, ma questo non è ancora il tempo per sviscerare quella stanchezza.
Per ora mi preparo a questa piccola boccata di ossigeno, prima di tornare a respirare.

mercoledì 1 novembre 2017

Memories #3

...e chi lo dice che novembre sia mese mortifero? Spulciando tra le parole del passato emerge un post scritto qualche anno fa, un giorno di novembre in cui leggevo (per l'ennesima volta) una delle più belle scene mai scritte da penna intinta nell'intelletto umano.
La penna è datata 1813, l'intelletto femminile.
Parole che io vorrei sentirmi dire e che sono tratte da Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen.

Elizabeth e Darcy
...
(Elizabeth) - "Quando è cominciato?" - domandò - "Posso ben capire che, una volta nato, il sentimento abbia preso facilmente piede: ma che cosa ti ha fatto innamorare, inizialmente?"
(Darcy) - "Non saprei dire l'ora, il luogo, lo sguardo o le parole che segnarono l'inizio: accadde tutto troppo tempo fa. Comunque, mi ci trovai nel mezzo prima di sapere come fosse... cominciato"
- "Alla mia bellezza, avevi ben presto saputo resistere e, quanto alle mie maniere, quanto al mio comportamento nei tuoi confronti, spesso confinava semmai nell'incivile: non ti ho mai rivolto la parola senza desiderare di darti un qualche dispiacere. Dimmi sinceramente, ora: mi ammiravi per la mia impertinenza?"
- "Per la vivacità della tua mente, senza dubbio"

venerdì 27 ottobre 2017

Sul 451 #storiedibus

Questo il carrello con cui mercoledì 25 ottobre giravo per Roma
La signora del 548 è tornata. La sua nuova apparizione avviene in un giorno di saluti, giorno di antivigilia, di partenze e ripartenze. Avviene su un bus diverso, quel 451 di antica percorrenza che segna un tragitto diretto verso la meta.
La sua voce giunge alle mie orecchie mentre i miei occhi sono rivolti all’insù, a scorgere le imposte di un ultimo piano assolato su viale Togliatti, provando a immaginare la vita che si cela dietro quelle imposte baciate dal sole, a pochi passi da Cinecittà.
“Conosco questa voce...” mi dico, mentre mi giro e cerco di collocarla nello spazio del mezzo pubblico e nel tempo di questa mia vita romana. È di spalle, vedo solo una porzione di capelli e un carrello della spesa, blu navy a pois bianchi. Mi sembra di ricordare quel tono, anche se le parole pacate lasciano un dubbio al mio tentativo di far combaciare i pezzi del puzzle. Poi, la frase che fa scattare l’ingranaggio: «Aò, ho buttato tre buste de monnezza sta-matina, laggente me stava a guardà… ma che c’hanno da guardà, n’a fanno ‘a monnezza? S’a magnano?».
Mentre mi avvicinavo alla porta di uscita l’ho vista: era lei, con quell’espressione di corrucciata quotidianità, con le mani esili e i pantaloni-tuta di cotone, la piccola frangia a coprire una porzione di fronte e quelle labbra farlocche che emergono come un canotto sul bianco ovale del suo viso.
Arrivederci giovane signora del bus: mentre vado via sorrido notando che, come lei, anche io oggi giro per Roma con un carrello della spesa.

Click

Questo il mio orizzonte alle 3.29 del 22 ottobre 2017

Un click per interrompere, un click per iniziare.
Per la prima volta ho fatto partire una canzone in radio, in diretta. È una lunga notte: fuori il mondo sembra pacificato, qui è c’è una gran calma e la voce di David Bowie fluttua su tutto questo silenzio. L’odore della birra scura dal sapore di caffè riempie l’aria racchiusa nella circonferenza che ha come raggio la distanza tra il bicchiere e il mio naso.
Nello schermo che registra ogni picco del suono della musica trasmessa, c’è un riquadro in cui si vedono i microfoni, le cuffie, la postazione di chi da questa stanza di legno chiaro parla nel cuore della notte a quanti sono svegli, a chi non riesce a dormire, a chi lavora, a chi vaga senza una meta.
A chi si mette in ascolto, prima ancora di sentire, per accogliere parole donate al mondo.

3.29, calma e pace. Mi guardo attorno, scruto, tra poco forse dormirò un po’.
Piccole cose che mi fanno stare bene.

lunedì 16 ottobre 2017

Le stelle che brillano sempre


Oggi è uno di quei giorni in cui guardo il calendario con il cuore prima ancora che con gli occhi, perché ci sono giorni che sono impressi più di altri e sono destinati a restarlo sempre. 

È capitato poi che, mentre leggevo tra le righe di cose scritte in passato, ho ritrovato una cosa scritta il 29 agosto del 2010, nelle calde ore pomeridiane (erano le 16.31), quando l’estate non era ancora finita ma le mie ferie si, e mi trovavo a fare i conti con esperienze vissute e desideri in divenire. Ma in quei giorni pensavo anche ad altro. Erano i giorni in cui leggevo tutto d’un fiato Il piccolo principe e ogni pagina sembrava suggerirmi qualcosa. Da nove mesi vivevo a Roma e il mese delle stelle cadenti mi stava consegnando inattese novità.

Oggi se ripenso alle stelle che ricopiai tra i miei appunti più di 7 anni fa, penso a una stella lontana anni luce che continua a brillare. Brilla negli occhi di una giovane donna a Milano, cresciuta prima del tempo, che consegna ogni giorno una rinnovata – seppur a tratti difficile – voglia di vivere al suo meraviglioso bambino.


Le stelle (Il piccolo principe)
29 agosto 2010 alle ore 16:31
"Gli uomini hanno delle stelle che non sono lo stesse.
Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide.
Per altri non sono che delle piccole luci.
Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi.
Per il mio uomo d'affari erano dell'oro.
Ma tutte queste stelle stanno zitte.
Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha..."
"Che cosa vuoi dire?"
"Quando tu guarderai il cielo, la notte,
visto che io abiterò in una di esse,
visto che io riderò in una di esse,
allora sarà per te
come se tutte le stelle ridessero.
Tu avrai, tu solo, delle stelle
che sanno ridere!"

(Antoine de Saint-Exupery)



domenica 8 ottobre 2017

Il risotto al radicchio di Carmen

Il risotto al radicchio di Carmen
Galeotto fu il risotto e chi lo mantecò. È questo quello a cui pensavo oggi, a ora di pranzo, mentre per casa aleggiava un profumo delizioso di risotto al radicchio.
Facendo mente locale e un calcolo che è stato un vero e proprio salto nel tempo, io e la mia amica Carmen abbiamo quantificato l’arco temporale che da un risotto a un altro ci ha fatto pranzare insieme oggi, dopo 10 anni*.

Nel 2007-2008 ero alle prese con tutte le esperienze umane, universitarie, lavorative e parrocchiali, formative, curriculari ed extracurriculari, che riuscissi a mettere insieme in 24 ore. E a volte 24 ore sembravano non bastare. Dai diversi luoghi della vita mia e di quella delle persone della mia vita, a un certo punto della giornata un vortice di storie si riuniva in un luogo della mia città, Salerno, per mangiare insieme. A volte era casa mia, e magari eravamo solo io e il mio amico Ilario, davanti a lagane e fagioli e lagane e ceci, dopo che la lavanderia “Ondablu” aveva terminato l’ultimo turno. Ma il luogo per antonomasia in cui ci ritrovavamo era proprio casa di Ilario, Lallo per gli amici (e altri nomi improponibili quando si sarebbe trasferito a Londra…), il primo tra noi ad essere andato a vivere da solo. A casa di Lallo sono stati narrati fatti inenarrabili e storie tragicomiche; sono nate storie di una notte e storie di una vita. Ci sono state alcune delusioni. Ma, più di tutto, sono nate nuove, belle, sincere, autentiche, grandi amicizie.

L’amicizia è sacra. Gli anni della mia infanzia sono legati indissolubilmente ai ricordi degli amici cari. L’asilo, le scuole elementari; le lunghe e caldi estati, profumate di crema solare e pizzette; le scuole medie e le prime liti, le scuole superiori e le grandi domande. Per me gli anni della piccolezza in crescita sono mia sorella di sempre Ilaria e mia sorella di vita Miki, mio fratello Francesco - il piccolo di casa - mio cugino Andrea, Mattia e Giovanni,  e poi le “prime volte” che sono seguite. Queste persone hanno “fatto la base” delle mie relazioni, un po’ come quando esci a bere qualcosa con gli amici e mangi per farti la base per affrontare e sostenere tutto, per non farti cogliere impreparato. Senza di loro non sarebbe venuto il resto o, semplicemente, le cose non sarebbero state come sono state. Così, quando sono arrivati gli anni di “quando divento grande”, ho accolto con gioia la nuova ondata di persone che si sono affacciate nella mia vita.  

Work in progress

Quella sera a casa di Lallo, manco a dirlo, c’erano molte persone. Fuori pioveva e arrivammo un po’ alla spicciolata, chi prima chi dopo, chi molto dopo per vari motivi. Ognuno portava qualcosa, ma c’era sempre quello che si imbucava contando sull’abbondanza altrui. Una sorta di “portoghesi casalinghi” che scavalcavano il portone e la porta di ingresso e si accomodavano a tavola. Quelli erano gli anni in cui la mamma di Ilario preparava teglie e teglie di lasagna al forno per le partite di rugby di Lalluccio, per quel terzo tempo che oggi, a pensarci, io e Carmen ci andremmo con tanto piacere! 

Quella sera sul tavolo c’era del pane da tagliare e del salame da affettare, e come nella migliore tradizione delle serate da Lallo le battute si sprecavano. Ai fornelli c’era lei, la rossa, che si destreggiava tra due padelle di risotto al radicchio, mantecando un po’ alla volta questa grande quantità di cibo che – mi sembra di sentirli anche ora – ci chiedevano a gran voce dal salotto. 
Io l’avevo vista nella redazione del quotidiano in cui facevamo gavetta e, lei lo sa, mi incuteva uno strano timore reverenziale. Non so perché, ma emanava una grande serietà e professionalità mentre scriveva i pezzi al pc. Ora, non che Carmen non sia seria e professionale, ma quando gliel’ho detto la prima volta mi ha riso in faccia.
Dinanzi a quel risotto qualcosa è cambiato. Si dice che le grandi alleanze si stipulino a tavola, tra un piatto prelibato e un buon bicchiere di vino: il piatto prelibato lo ha preparato lei, a un certo punto il vino l’ho aggiunto anche io, direttamente nella padella, perché il brodo era finito e in qualche modo bisognava pur cuocere il riso…

San Simon e burro

Quando oggi preparavo gli ingredienti per questo secondo risotto al radicchio, una serie di ricordi si sono centrifugati nella mia testa, mentre Carmen mi prendeva in giro dicendo “Mi hai invitata a Roma per mangiare a tavola franca!”, “Eccert”. La forza di questo risotto al radicchio è nella scelta degli ingredienti, nella modalità di preparazione, nelle varianti che hanno, tra l’altro, il sapore del taleggio, nella certezza di un brodo abbondante e di un San Simon generoso. E poi in quel pizzico di esserci, condivisione, casacadutaggine, risate e non, sguardi obliqui e dita a V, viaggi in Irlanda e serate birrose. E ritorni a casa. Ieri, oggi, presto. 



*Per il risotto ci sono voluti circa 10 anni ma io e Carmen ci vediamo spesso, spessissimo. Tra poco ancora di più (per la sua felicità!).

domenica 24 settembre 2017

23 settembre

L'attesa della chiamata attraverso l'obiettivo del mio caro Lalluccio
Ricordare i giorni della nostra vita è una cosa comune. Memoriali, ricordi, anniversari, sono costantemente posizionati nella quotidianità, e ogni mezzanotte segna l’inizio di un giorno in cui eravamo, c’eravamo. Oggi è uno di quei giorni. Oggi è il giorno di 8 anni fa, quando a casa c’era un sottofondo rosso laurea che timidamente attendeva di affacciarsi per farsi conoscere da me.
Un giorno atteso non poco, a tratti chimerico, adombrato dai casi che si sono palesati sul mio cammino e dalle deviazioni che hanno arricchito il mio percorso. Un giorno tutto mio, in cui con me arrivavano al desiderato traguardo anche altri – la mia famiglia, gli amici cari – ma “io” un passo avanti agli altri. E così è stato.
Quel giorno ha chiuso un ciclo e ne ha aperto un altro che oggi, a distanza di 8 anni, si sta per chiudere. Cosa sono stati questi 8 anni? Sono stati una vita!
Sono stati nuove strade, percorsi, lavoro; traslochi, piumoni nei pullman, viaggi; scoperte e consapevolezze; responsabilità, crescita e formazione; strutturazione e progetti, amore, un grande amore; ma anche demolizione e decostruzione, paura, dolore, cambiamenti e nuove speranze; speranze timide, speranza.
Sono stati una vita che si rinnova ed è nuova davvero perché ha l’odore e i tratti di un bambino che prima non era e che ora “è” e “c’è” quando tutto grida novità, quando tutto dice “sradica e risana per ricostruire”.
Quel 23 settembre, lo ricordo bene, doveva essere un giorno di luglio che sa di Argentina e che le carte e gli uffici rimandarono a settembre, quando l’estate è appena finita ma il suo profumo è ancora nell’aria; era il primo giorno di san Pio, che da un anno era nei miei paraggi senza che me ne accorgessi, restandomi accanto mentre il tempo e lo spazio mutavano e la mia vita con essi.
Quel 23 settembre è stato il giorno del “mi vesto come Carrie a modo mio”, perché agli appuntamenti della vita bisogna arrivare con un personale e soggettivo tocco di classe.
Quel 23 settembre è stato il giorno delle dediche e dei ricordi, racchiusi in una sequenza di parole e pagine che critallizzavano un percorso di studi e un tratto di vita.
Quel 23 settembre ha il volto dei tantissimi che erano con me all’Università (e a fare festa spensieratamente), dei tantissimi che quasi 5 anni dopo sarebbero stati con me a sostenermi nell’affrontare altri esami della mia vita, sempre gioiosi, sempre lì, vicini e onestamente belli.
Sono passati 8 anni e spero non ne passino molti altri per portare a termine un altro percorso di studi che intanto si è riaffacciato da queste parti. E con lo studio altre idee, progetti, sogni.

mercoledì 20 settembre 2017

“La pazza gioia” Film #2


“Abbiamo anche una macchina… ci diamo alla pazza gioia”. Ho sorriso quando ho ascoltato questa battuta, pronunciata da Beatrice a Donatella nel film La pazza gioia di Paolo Virzì. Un po’ Thelma e Louise, un po’ ragazzine problematiche de Il grande cocomero, queste due «pazze, siamo pazze… secondo alcune perizie sembrerebbe di sì» mi hanno fatto compagnia nella seconda parte di una serata in cui dovevo smaltire la brutta sconfitta della Lazio contro il Napoli (Ciruzzo, bell i mamm, stasera niente). Poca cosa, a dire il vero, la sconfitta da smaltire. Il film era già nell’aria: avrei voluto vederlo quando è uscito ma, come capita spesso, non sempre le cose accadono quando vorremmo. Io poi sono così, una cosa la devo sentire nel profondo o niente. 
Non ho i mezzi, gli strumenti, per entrare nella vita di Beatrice (interpretata da Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti), è uno squarcio troppo profondo nel quale non so inoltrarmi. Non posso discettare sulla realtà della questione psichiatrica e di tutto il suo corollario. Ma posso provare, piano piano e in punta di piedi, a dire il sentire che questo film mi ha lasciato, perché da questo film non si esce indenni o uguali a come ci si è accostati.
La pazza gioia è un concetto complesso, l’accostamento di due mondi che parlano di sentimenti estremi, perché posti alle estremità delle emozioni. Quando ero piccola mi capitava di sentir dire “ti voglio un bene pazzo”, e pazzo diventava la misura dell’estremo, del senza limite o misura, il superlativo per eccellenza per dire “mi fai scoppiare il cuore dal bene che ti voglio” perché la pazzia il cuore lo mette a dura prova. La gioia, poi, inebria, è quella cosa che ti salgono gli angoli della bocca, ti si riempiono gli occhi di lacrime ma non è dolore, è vita che ti scorre dentro alla massima potenza, è sangue che fluisce sempre più forte e vivifica ogni pezzetto di fibra.
La pazza gioia è la scena dell’auto rubata da Beatrice e Donatella, è la consapevolezza di una libertà di cui non si conosce l’esistenza, della corsa fuori da una clinica di recupero “leggera”, dove l’umanità non è mortificata ma depauperata perché vive una vita fatta di sopravvivenza.

- Siamo due pazze, siamo due pazze
- Tecnicamente si… ma è fantastico: abbiamo anche una macchina… ci diamo alla pazza gioia! Perché non andiamo al mare… andiamo a fare un giro in barca… ci prendiamo il vento in faccia… che giorno è oggi? Che numero, che mese, siamo già in estate?
- Bo.

La pazza gioia di Beatrice e Donatella è anche lo spettro del male oscuro, di quella depressione che cammina silente verso l’espropriazione del sé, verso l’annichilimento della voglia di vivere.

- Birrette e, naturalmente, anche un bel valium fregato a mia madre
- …dice sto troppo male per tenere il bimbo, inidoneità genitoriale, e me lo levano subito… dice te aspetta, dobbiamo decidere; io aspetto, piango tutto il giorno ma aspetto… piangi troppo, dice; depressione maggiore, dice; datemelo, no, non piango più; no, te sempre hai pianto, piangevi a scuola
- Anche io
- Sanno tutto, sanno che piangevo per i compiti, piangevo per il babbo, piangevo in ascensore
- Anche io
- Quando mamma mi sgridava che piangevo
- Anche io
- C’ho questa depressione maggiore, va bene, e allora curatemi, no? Sono nata triste, curatemi
- Anche io sono nata triste

Io la vedo la tristezza, la riconosco la malinconia, che arrivano e si rintanano negli occhi delle persone: cade un velo che fa rannicchiare nel corpo e nella mente in posizione fetale, chiusi in un guscio che va all’indietro nella corsa del tempo, a cacciare la vita di fuori per tornare in quella vita di dentro dove tutto era buio, calore, suoni attutiti, poco rumore, pace. Ma la vita è fuori, è negli occhi del bambino tolto, è oltre il dolore che attanaglia, è la soluzione al buco nero sul cui limite si cammina rovinosamente. È vita anche il dialogo tra Donatella e il piccolo Elia, occhi negli occhi, con il respiro trattenuto sott’acqua, nel non detto che è tra le righe delle loro parole.

- Hai presente quando ti prude la schiena?
- Si
- Quella sono io che ti fo il solletico
- Mi prude la sera
- Vuol dire che la sera ti penso di più
- …
- E adesso dove vai?
- Non lo so, in un posto per stare meglio, così poi un giorno ci si rincontra, no?

A fare da sottofondo a questo film meravigliosamente delicato, una canzone di Gino Paoli, uno degli uomini che con maggiore forza canta e ha saputo cantare l’intrico dei sentimenti umani.

Senza fine, tu trascini la nostra vita,
senza un attimo di respiro per sognare,
per potere ricordare ciò che abbiamo già vissuto
Senza fine, tu sei un attimo senza fine,
non hai ieri, non hai domani
tutto è ormai nelle tue mani, mani grandi,
mani senza fine
Non m'importa della luna,
non m'importa delle stelle.
Tu per me sei luna e stelle,
tu per me sei sole e cielo,
tu per me sei tutto quanto,
tutto quanto io voglio avere
Senza fine, la la la la la la la la la 

Poi il film finisce, e il finale è meno drammatico di quello che si possa pensare. Sono convinta che c’è liberazione per Beatrice e Donatella, l’ho letto nel dialogo muto tra Beatrice – che guarda il ritorno di Donatella seduta dietro i vetri della finestra – e Donatella, in quel piccolo sorriso che si arrampica verso la serenità. L’ho visto tra le righe delle loro parole.

- Meno male che ci sei te
- Io?
- Te, te

lunedì 18 settembre 2017

"Elsa e Fred" Film #1

Con un po' di immaginazione, questa sono io tra qualche anno (tratto da Up e dalla cover del mio cellulare)
Cercando di capire chi mi avrebbe fatto compagnia in questa serata di lavoro al pc, ho fatto un giro tra i palinsesti televisivi e mi sono imbattuta in un film che ha deciso per me. “Elsa e Fred” è un titolo che non ha bisogno di grandi spiegazioni, l’omonimia ha orgogliosamente avuto la meglio, e quando poi ho letto il nome di Shirley MacLaine ho pensato “è fatta”. Per grandi linee avevo capito che Elsa-Shirley fosse una peperina che avrebbe scombussolato la vita di un neo vicino di casa portando una ventata di simpatia, e mi bastava.

La Elsa del film è una donna anagraficamente anziana, decisamente anziana; lo stesso vale per Fred. La loro conoscenza avviene in quella fase della vita in cui, in maniera riduttiva, si tende a pensare che tutto sia finito, che sia lì per finire, che le emozioni siano solo una derivata da vite altrui, di rimpallo, in rimbalzo, di seconda mano, come se la genesi delle emozioni avesse un’età oltre la quale la radice rinsecchisca. E invece no. Questi due qua, strampalata donna separata lei, vedovo fresco fresco di acquisizione lui, mi hanno regalato una serata emozionante.

La loro complicità, costruita passo dopo passo; la politica dei piccoli passi di Elsa che diventano passi veloci, che fa rialzare Fred da letti e divani su cui la sua vita si era parcheggiata per poi tornare a camminare, ad andare incontro alle piccole grandi cose di ogni giorno; la fantasia di Elsa, una dimensione del sogno che mi fa tremare i polsi per quanto è fresca, coinvolgente, pazzamente ilare e contagiosa. La sua capacità di dire le cose, il coraggio di vivere ancora e di innamorarsi con forza nonostante il poco tempo reso ancora più breve dai casi della vita. E poi c’è Fred, bloccato nel dolore per la morte di una donna che non ha amato; reso ipocondriaco dall’abulia verso la vita; una candela che si sta affievolendo su cui arriva a soffiare il vento di un nuovo amore, imprevisto e meraviglioso.

C’è una scena in cui Elsa e Fred, come due adolescenti alla prima uscita, mettono in chiaro cosa sta loro accadendo:

Fred: Cosa sono io per te, Elsa? Cosa siamo noi? Da quando ti ho conosciuto la mia vita è cambiata, è “strano”. È una cosa buona o cattiva?
Elsa: È “strano” …Fred, non voglio ferirti, e ti ho detto quanto mi importa di te, sto solo chiedendo se ci sia di più. Ho delle sensazioni così forti…
Fred: Sembri un'adolescente.
Elsa: Sono un'adolescente!
Fred: Si, lo sei. Una ragazza nel corpo di una donna. Una donna molto bella.
Elsa: Quindi è una buona “cosa strana”.
Fred: Si.
Elsa: Pensi che abbiamo un futuro insieme? Sei timido? Amo questo ragazzo di 80 anni seduto di fronte a me, che arrossisce. Come faccio a non innamorarmi di te?

La pietrificazione che questa scena mi ha procurato è stata lentamente ammorbidita dal resto del film, che se ve lo vedete fate una cosa buona e giusta. In mezzo troverete anche Roma, città eterna che sa essere un set romantico come poche città al mondo, e in cui questa storia da sogno trova il più bell’epilogo possibile. Ora, e non vi spoilero il finale, va detto che non c’è melassa fino alla fine, perché la vita è agrodolce e a tratti sa essere amara. E aggiungo anche che non so trovare una chiusa a questo post degna del film visto. La verità è che sto aspettando che Fred – quando arriverà – si decida ad alzarsi dal divano e a partire con me.

Mano nella mano

All’improvviso una mano afferra la mia nel tentativo di placare il panico e, mentre mi giro, vedo due occhi fermi e rassicuranti, dritti nei...