giovedì 4 marzo 2021

Dimmi una foto #2

Sono un po’ di giorni che penso al tempo, al suo scorrere inesorabile nonostante tutto. O meglio: al tempo che passa alla velocità di sempre, senza sosta o rallentamenti, mentre tutto intorno accade. Ci ho pensato senza particolari dietrologie filosofiche o partendo da grandi dissertazioni tra me e me, ma semplicemente notando che il 30 marzo sarà il mio compleanno e a me non sembra che questo anno sia passato.
La gentile premura di Viviana

Il 27 febbraio di un anno fa ho iniziato la lunga parentesi di home office o smart working che dir si voglia e da allora, a parte periodi relativamente brevi, ho sempre lavorato da casa. Sinceramente preferisco lavorare da casa perché, in caso contrario, dovrei prendere un tram e un treno per recarmi a lavoro e da quando c’è il covid preferisco evitare i mezzi pubblici. E così quest’anno è andato avanti, un giorno dietro l’altro, con la primavera di un anno fa che faceva capolino e illuminava tutto (in un modo impressionante qui in Alsazia), con l’estate che ci faceva tirare un gran respiro prima di ricadere in una bolla autunnale e in una impasse invernale. Pochi giorni fa mentre guardavo il calendario e realizzavo che i primi due mesi dell’anno ce li siamo messi alle spalle, parlando tra me e me mi son detta: “quest’anno compio 38 anni”. E invece no. Con sommo stupore e non poca meraviglia mi sono ricordata che siamo nel 2021 e che io, nata nel magico anno dei Mondiali del 1982, sto per compiere 39 anni. Ora non è l’età il problema, non ho alcuna angoscia nel constatare che gli “ENT” stanno volgendo al termine e che, a Dio piacendo, potrei rincontrarli solo allo scoccare di un secolo di girovagare su questa terra. Il fatto è che io il mio 38esimo anno di vita non riesco a visionarlo davanti ai miei occhi, e questo non perché il 2020 non abbia saputo regalare anche delle gioie alla mia vita. 

La meraviglia, il mare, la Costiera da Alfonso

Se torno indietro con lo sguardo a quello che ho fatto vedo un alternarsi di giorni a blocchi, perché molte delle giornate vissute sono state uguali tra di loro e con pochi accenti di singolarità, come dei pacchi da archiviare tutti insieme. Sono stati comunque 365+1 giorno, addirittura uno in più, ma io “non ho detto a nessuno” la mia età. Fateci caso: quando incontrate qualcuno per la prima volta, quando rincontrate qualcuno dopo tanto tempo, quando fate il punto della situazione su qualcosa e ci mettete l’età di mezzo, in qualche modo realizzate la vostra età, dite e ridite a voi stessi e agli altri gli anni della vostra vita, e io quest’anno non ho detto a nessuno quanti anni ho. È per questo che non mi sembra di aver mai compiuto 38 anni, perché non c’è stata una situazione, una persona, un momento, a cui io abbia potuto dirlo, palesarlo, realizzarlo. Mentre scrivo vedo su Facebook che nella mia città di origine l’annuale Fiera del Crocifisso, che ogni anno ha luogo a Salerno i venerdì di marzo, è stata giustamente rimandata. E anche qui, non è il non poter andare alla Fiera il punto, ma il profondo senso del procrastinare che da un anno ci portiamo dentro e che caratterizza il fuori. Penso che sia pieno il mondo di progetti pensati, forse annotati da qualche parte, fermi su un blocco o tra pensieri nebulosi. Rimandare a data da destinarsi è qualcosa che dopo un anno inizia a pesare. 

Roberta mi ricorda che non tutto ciò che sembra è

E lo dico con cognizione di causa e con un profondo senso di Com-Passione verso quanti si sono ammalati, verso quanti non ci sono più, verso chi ha perso una persona amata, di covid o no, verso chi si prende cura degli altri che siano sanitari, volontari, semplici persone che ancora sanno che esiste la pratica del bene comune. Quel bene comune che passa, innanzitutto, attraverso la profonda coscienza di vivere rispettando le barriere che ora ci sono necessarie. Una volta c’erano le barriere dell’indifferenza, ora dopo i balconi e le spiagge e gli aperitivi vedo barriere di indifferenza infrangere barriere di contenimento, spostando sempre più in là il momento in cui ci riapproprieremo del nostro tempo. 


Mia cugina Alessandra legge tra e oltre
Ci sono però, grazie a Dio e al buon cuore di tanti che ancora sanno essere umani, persone in grado di prendersi cura dell’altro nella semplicità di gesti quotidiani, che non hanno le luci della ribalta ma il lavorio del dietro le quinte. Sono figlia di un infermiere e di una casalinga tutto fare e sono abituata a guardare alle cose semplici. Io, ad esempio, sono profondamente coccolata da quanti hanno accolto l’invito a inviarmi scatti di vita da condividere nel luogo di questa virtuale quotidianità. Nelle immagini che mi stanno arrivando, con o senza parole per spiegare quel particolare frangente ripreso, c’è una mano tesa lunga tantimila chilometri che mi stropiccia i ricci e mi cinge in un abbraccio silenzioso: di bellezza, nonostante tutto, è pieno il mondo.


La mia settimana è iniziata con il rumore del mare dono di Francesca

martedì 23 febbraio 2021

Dimmi una foto #1

È iniziata per caso. Ero lì a girare tra i social, a fare uno dei pochi viaggi concessoci da circa un anno, a guardare tra foto larghe, particolari stretti, immagini sfocate, stati d’animo messi a fuoco, paesaggi di varia natura, e ho iniziato a pensare tra me e me “ah se l’avessi scattata io… ah, se fossi stata io lì”.

Perché un po’ la cosa è questa: andare. E, in questo, sapere di non poterlo fare o, forse, è meglio dire sapere di non doverlo fare. I confini non sono chiusi e, in fin dei conti, potrei fare il tampone (gratis, in Francia), prendere l’aereo e andare a Salerno, ma sinceramente non mi va. 

Il tramonto di Assunta
"Magari questa foto ti riempie i polmoni"
I motivi sono facilmente comprensibili, probabilmente non condivisibili, ma io questa storia della pandemia l’ho vissuta dal primo giorno e anche da prima (ho iniziato a seguire la situazione cinese a gennaio 2020) con una coscienza forte e con una certa radicalità nei confronti di scelte di prevenzione del peggio. Perché da italiana so bene che siamo storicamente il Paese del giorno dopo e, francamente, questa definizione mi sta stretta, sta stretta al mio modus essendi


Il mare di Natalia
In questo contesto pesante, perché dopo un anno la pesantezza è evidente, ho deciso di iniziare a guardare oltre e, in attesa che spazio e tempo coincidano, guardare a quei luoghi tanto desiderati. 
Ed è così che ho iniziato: rubando (con permesso) le foto dei miei amici sui social per ricondividere scatti di bellezza. 

In primis il mare, l’elemento che più mi manca di Salerno. E così via, fino a quando ho palesato questo atto di mariuolaggine (rubare, ndr): da quel momento ho iniziato a ricevere foto su foto e, con queste, messaggi e affetto e tanta di quella bellezza che mi si è alleggerito l’affanno e riempito il cuore. 

La buonanotte di mamma
Ho quindi deciso di condividere le foto che mi sono state inviate, un poco alla volta e in diversi post che pubblicherò nel corso dei giorni, affidando alle immagini le parole di chi mi ha pensato, di chi ha condiviso con me un momento o uno stato d’animo e, in alcuni casi, aggiungendo le parole che mi sono state scritte. Mi sono arrivate un po’ di foto da Salerno ma sarebbe bello ricevere foto da ogni dove, in Italia e non solo: di bellezza, nonostante tutto, è pieno il mondo. 


venerdì 12 febbraio 2021

Piccoli fiocchi di neve

È stata una settimana impegnativa, della serie che meno male che c’è la Maratona Mentana o ci sarebbe da farsi capa e mura senza ammortizzatori. Mentre osservo il variopinto panorama italiano dall’oblò della multimedialità, a Strasburgo ci stiamo deliziando da un po’ di giorni con la seconda ondata di freddo, quello serio, quello che durante le notti in cui non riesco a dormire controllo meteo e gradi a intervalli regolari di pipì. 

Che poi, abitando a un piano alto leggermente mansardato capita che la neve, una volta posatasi su tetto e finestre, ogni tanto si lasci romanticamente scivolare fino ad atterrare con un rumore sordo sul marciapiede. Stamattina, però, questo non è successo. Il tetto del palazzo di fronte si è chiazzato di bianco ma le mie finestre no. La neve si è posata come polline su vetro: i cristalli di neve si sono poggiati uno a uno, singolarmente, penso di non averli mai visti così. 

Questa immagine semplice mi ha fatto tornare alla mente un cartone animato che si chiama “Piccoli fiocchi di neve” e che mi piaceva molto. Così questa mattina, nel silenzio di casa, mentre il pc iniziava a caricarsi e una nuova giornata di lavoro stava per partire, per trenta secondi mi sono messa con la faccia vicino al vetro della finestra a osservare quei piccoli fiocchi di neve, mentre il ricordo del profumo della colazione e di mamma in cucina faceva capolino nella memoria di me bambina.



martedì 26 gennaio 2021

a-Dio

Ci sono giorni in cui andare a dormire è una sorta di liberazione, perché la testa è talmente dolorante da non riuscire a stare in equilibrio sul collo. Sono quei giorni in cui gli occhi si annebbiano e fanno fatica a restare aperti perché sono inondati dalla vita che gli scorre dentro, dietro le palpebre.

Ci sono giorni in cui le immagini rapprese sulla retina sono quei particolari che, non meno importanti del quadro d’insieme, riescono a renderti la totalità.

Ci sono lontananze che soffocano per la troppa aria che c’è in mezzo, per quelle braccia che provi ad allungare per afferrare mani che ti sfuggono e che non fai in tempo a chiudere tra le tue.

Ci sono mani che restano nella mente e nel cuore, sulla pelle che hanno toccato, su quel corpo che hanno sanato, curato, accompagnato, riabilitato alla vita.

Queste mani sono la porta di accesso ai ricordi che, mai dimenticati, sono tornati in tutta la loro forza tutti insieme, scatenando lo tsunami che ha inondato ogni cosa.

Ci sono notizie che non vorresti mai ricevere e che invece arrivano, mentre sei un po’ in pigiama e un po’ in giacca e camicia, in una riunione di lavoro tipica di questi tempi atipici. Sono notizie che scolorano il viso e tagliano la voce, notizie che si rincorrono lungo l’invisibile filo del telefono e degli affetti che provano a raggiungere tutti i pezzi coinvolti.

E se non fosse per la notizia in sé sarebbe da commuoversi per la condivisione del dolore, se non fosse il dolore stesso a farla da protagonista su tutto. Un dolore sordo difficile da tacere, persistente come un fischio nell’orecchio, fisso e fastidioso. È quello il momento in cui gli occhi cedono, la testa si stringe fino a comprimersi, il volto muta espressione.

In questo tempo che si fa beffe della normalità diventa impossibile anche dirsi “a-Dio”, che quello già è difficile di suo, immaginarsi nel tempo di una pandemia mondiale. Allora ti fai forte del bagaglio di vita vissuta e provi a viaggiare nel tempo in mancanza di spazi da percorrere, ed è dura perché ciò che c’è stato è stato bello, ciò che si è vissuto è stato vero, ciò che si è condiviso è stato autentico. E quanto più tutto ciò si concretizza nella memoria, tanto più caro è il biglietto da pagare per questo strano viaggio.

Nel corso della notte, dall’altra parte del mondo mi è stata inviata una foto di un tramonto sereno, con quel rosso di sera che annunciava una giornata di sole. Nella parte opposta di quel mondo il sole ha mantenuto la sua promessa e ha fatto capolino, tacendo il grigiore. Da questa terra di mezzo in cui mi trovo ho accompagnato il sole nel suo viaggio, dall’alba allo zenit, passando per l’ora della misericordia fino al suo lento spegnersi, per giungere al tramonto. 

Soltanto verso sera, a 1300 chilometri dal punto in cui il sole si appoggia sul mare, alcune nubi hanno fatto capolino qui, attorno alla luna. In quel momento ho capito che guardare al cielo è necessario, che quel luogo lontano che si staglia immenso sulla testa dolorante è il luogo a cui volgere gli occhi e tendere le braccia. E anche se è difficile anche solo da pronunciare, è guardando al cielo che parole mute potranno imparare a dire “a-Dio”, in attesa di afferrare mani che ti sfuggono e che si potranno ancora, un giorno, chiudere tra le tue.

venerdì 15 gennaio 2021

Alle 2 di notte tra un venerdì e un sabato a Strasburgo

Ho un momento di placido vuoto, di tempo rallentato che non preme su nessuna scadenza a breve termine. Sarò che sono le 2 di notte e ancora non dormo e quindi sì, il computer è già acceso e approfitto per riempire un foglio di parole.

Perché sveglia a quest’ora? Perché il venerdì c’è Propaganda Live su La7 e prima di un certo orario non si va a dormire (fatta eccezione per quando crollo a uso terza età sul divano, sotto due strati di ogni tipo di coperta).

Perché sveglia a quest’ora? Perché stasera ho ascoltato per la prima volta Night Call di Chicco Giuliani su RadioDeejay, e di dormire ora non se ne parla per niente.

Allora apro le foto degli ultimi giorni raccolte sul cellulare, tutte, quelle scattate e quelle ricevute, e scorgo un tappeto di neve in cui a fasi alternate si fanno spazio la foto di Francesco De Gregori e il video in cui canta con Antonello Venditti, che mia madre molto amorevolmente mi ha fatto e inviato mentre non ero davanti alla tv; le pizze di maccheroni fatte da mia zia Anna; i panni della mia cucina appesi vicino al vetro in bella vista; i croissant francesi preparati da mia cugina Antonia; mia sorella che si spara le pose; un pacco di farina ai 7 cereali (proposto da mia cugina di cui sopra a mia madre); il mio alberello di Natale nel suo ultimo giorno di gloria in queste festività 2020-2021; un set per pasta e formaggino proposto da mia cugina Rossella (ma il primato storicamente lo detiene mia zia Anna e tutti sappiamo il perché!); i bignè al cioccolato preparati da mia zia Anna (si, ancora lei).

Se fosse stato lo scorso weekend ci sarebbero state anche le nove pizze preparate da mia zia Silvana, che tiene una capa fresca come poche ed è indiscutibilmente la regina del “liev tutt cos’ il 6 gennaio che l’Epifania tutte le feste si porta via”. Giuro, non eravamo ancora alla colazione del 6 gennaio che a casa loro già non c’era più traccia delle feste.

Su tutto questo scorrere di immagini campeggia la neve, tanta, come mai ne avevo vista qui a Strasburgo da quando mi ci sono trasferita, quasi tre anni fa. Ed è bella, di un bianco luminoso che in queste sere a notte fonda in cucina non sembrava notte davvero. La neve che tutto copre e addolcisce spigoli e riempie vuoti, finché il tempo regge e la temperatura è perfetta. Ma non ci devi camminare se non con scarpe adatte, o si rischia di fare come me giovedì pomeriggio, che camminavo guardinga per evitare di cadere a chiappe a terra, non fosse altro che quello il quadro già è bello e la struttura si tiene su con lo scotch.  


Poi però capita come oggi pomeriggio, che la neve inizia a sciogliersi e il tetto di fronte torna a farsi vedere nel suo colore naturale, la neve per strada diventa ghiaccio sporco semi sciolto, la luce si abbassa, la notte torna al suo posto. 
“What am I here for” suona su Spotify, e in effetti la domanda è lecita, soprattutto a quest’ora. Sinceramente non lo so, ma sarà l’ora, sarà il silenzio rotto dal mio inconfondibile stile con cui zappo sulla tastiera del pc, sarà per la musica, sarà per questo flusso di poco conto che è fuoriuscito dalle mie mani, ma in questo piccolo istante del qui e ora di Strasburgo alle 2.37 della notte va tutto bene.  


mercoledì 11 novembre 2020

Per dieci minuti: un anno e mezzo dopo


Il 29 maggio 2019 avevo messo nero su bianco il mumble mumble che mi aveva fatto compagnia durante e dopo la lettura del libro “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale. Per qualche ragione queste parole erano rimaste in una cartella del mio computer ma da qualche giorno sono tornate in mente e, sinceramente, non ricordavo bene cosa avessi scritto. 


Così stasera, mentre la Bignardi metteva fine all’Assedio sul 9, mi sono messa a spulciare tra le cartelle alla ricerca degli appunti di una vita “AC, Ante Covid” – come commentava stasera mia cugina Rossella in una lunga e interessante video chiacchierata. Appunti di vita un anno dopo il mio arrivo a Strasburgo e un anno prima della riapertura della prima ondata da coronavirus, che a pensarci mi sembra tutto ben più lontano nel tempo.

Mentre leggevo le mie parole di diciotto mesi fa ho pensato che oggi questi brevi dieci minuti non saprei come impiegarli nel fare qualcosa di non fatto, perché in questo tempo rallentato, ma anche fermo, dieci minuti di novità io sinceramente non riesco a trovare come impiegarli. Allora ho pensato che quei dieci minuti oggi sono necessari, per me, per cercare di trovare un angolo di tranquillità, un tempo di distacco da quanto sta accadendo per non restarne paralizzati. Un libro, un film, la musica, un quaderno su cui appuntare i pensieri, parlare con qualcuno, ascoltare il silenzio.  

Poi però rileggo le parole del 29 maggio 2019 e mi faccio la stessa domanda della protagonista:

“E poi? …Alla fine cosa si vince? Riavrò indietro la mia vita?


29 maggio 2019

Dieci minuti al giorno per levare le paranoie di torno. Dieci minuti al giorno per decostruire palizzate di certezze andate a male, su cui si inerpica quella muffa che rende tutto molle e destinato a deteriorarsi. “Per dieci minuti”, di Chiara Gamberale edito da Feltrinelli, è uno dei regali che ho trovato sotto l’albero dello scorso Natale: un libro con dedica, meditato, con una sua ragione d’essere nelle intenzioni dell’autrice e di chi lo ha scelto per me. Una storia romanzata con un fondo di verità, nata dall’esperienza della Gamberale che, per un mese, ha sperimentato in prima persona l’arte dei “dieci minuti” dedicati ogni giorno a fare qualcosa che non si è mai fatta e che mai si penserebbe di fare. Dieci minuti di lotta per l’indipendenza di quell’io profondo sepolto sotto strati di abitudini e personalità modellata da anni di attività umana e relazioni interpersonali.


Della Gamberale avevo letto un solo libro, “La zona cieca” (Feltrinelli), che mi aveva innervosita per tutto il tempo per l’atteggiamento della protagonista – Lidia – e per il senso di fallimento e di bruttezza che possono esserci nelle relazioni sentimentali e nella percezione della propria dignità dinanzi a un amore – quello per Lorenzo – che diventa brutto, brutto davvero. Ho letto con grande curiosità e con un piccolo senso di sfida “Per dieci minuti”, avevo bisogno di far riprendere la me lettrice e di farla riconciliare con la bella scrittura della Gamberale, che costruisce mondi in cui l’identificazione è questione di pochi secondi per quanto tutto appaia vivido.

«Scrivere — ha raccontato l’autrice in un’intervista al Corriere — è l’unico rimedio che ho trovato per sopportare l’esistenza. Una vocazione autentica… Da bambina complicata, l’unica forma di appagamento e pace era ascoltare storie. Poi ho imparato a leggere... Scrivere è sempre stato il mio modo di stare al mondo. Di resistere all’esistenza: di capirla».

Nel mentre e dopo aver terminato la lettura, ho cominciato a interrogarmi su questa storia esperienziale, sulle manie, sulle abitudini, su quelle piccole certezze che se da un lato ci aiutano nel caos quotidiano, d’altro canto possono rivelarsi delle gabbie dorate in cui ci confortiamo, senza andare al di là, senza scrutare oltre il limite che ci siamo precostituiti, con molteplici “senza” e nessun “con”.

I miei primi “dieci minuti” sono iniziati un sabato sera di metà gennaio in un locale di Strasburgo, a tarda serata, con una venezuelana e una spagnola come elementi di disturbo della mia normalità che, con estrema semplicità, hanno alzato il mio sguardo oltre un orizzonte certo. Un esercizio di piccoli passi messi uno dopo l’altro per modificare l’andatura e, se dovesse andare bene, la direzione. Una nuova chiacchierata, uscire prima da lavoro e pranzare fuori con una collega, mangiare libanese per la prima volta (e scoprire di amarlo profondamente), andare al cinema e vedere per la prima volta un film in lingua originale con sottotitoli in una lingua che non è la tua…

Il percorso di Chiara, la protagonista del libro, non è per nulla semplice e porta al cambiamento, a quelle conseguenze da cui non è possibile tornare indietro. Come la sforbiciata dei ricci capelli di Ato, la decisione di adottare, la scelta di cambiare casa. Una complessità che diventa tale nelle sue propaggini e che, invece, nasce da una cosa semplice, da una proposta:      

“Le va di fare un gioco? Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto”

“E poi? …Alla fine cosa si vince? Riavrò indietro la mia vita?”

“Ne riparliamo fra un mese… Intanto giochi, si impegni e non bari, mi raccomando”

“Non avevo niente da perdere… è diventata la mia occasione per provarci”.

 

 

lunedì 14 ottobre 2019

L'impermeabile giallo

Capita che in un giorno di quasi autunno ci si ritrovi a girare per le strade della città in cui vivi, quella della tua quotidianità, una città che inizi davvero a sentire tua anche se non lo è da sempre, una città che inizi ad amare anche se non è stata il primo amore perché il tuo sangue profuma di salsedine e qui con l’Ill sei tutt’al più parente del fiume Reno.

Ecco, in una giornata così, con qualche nuvola tutto attorno e un dolore dentro, capita che faccia capolino da una stradina del centro una ragazza sconosciuta con una giacca gialla, di quelle impermeabili, con i bottoni di plastica ben evidenti. Tipo quelle che portavamo da bambini o, meglio ancora, tipo la giacca gialla che mio zio Mimmo indossava allo stadio Arechi a Salerno quando pioveva, quando si andava a vedere tutti insieme la Salernitana: la stessa giacca impermeabile che indossava in quel Salernitana-Venezia in cui ci inzuppammo talmente di acqua che Mimmo ogni tanto svuotava le sue tasche mentre mio padre e io diventavamo spugne (e quell’anno a Natale, a Bolzano, pagammo cara quella pioggia!).
Quella ragazza con la giacca gialla è stata la prima di una lunga persecuzione che da un mese mi accompagna per le vie di Strasburgo. Ogni giacca apparsa all’improvviso nel mio campo visivo ha fatto cadere piccole squame, ogni goccia che scivolava lungo la plastica portava via grammi di anima appesantita. Ogni tocco di colore apparso nel suo fulgore sgargiante ha squarciato panorami grigi che si erano stagliati sul mio orizzonte.



Ho perso il conto delle giacche gialle che ho visto da quel giorno, probabilmente è la moda dell’anno e non me ne sono accorta. Fatto sta che Strasburgo è piena di impermeabili gialli e io, ogni volta che ne vedo uno, non posso fare a meno di sorridere.

domenica 8 settembre 2019

Domenica

Sarà che è domenica e che siamo sul filo del rasoio di una settimana che finisce e di una che inizia.
Sarà che ho messo il trapuntino delle mezze stagioni sul letto, quello che non mi fa sentire freddo ai piedi e che mi permette di dormire ancora col pantaloncino corto, se proprio ne sento l’esigenza, se proprio non ce la faccio ancora a capire che sta cambiando la stagione.
Sarà che fuori piove e dentro non lo so, ma qualcosa sta cambiando.
È nelle note di canzoni, tra le righe di parole che leggo, di testi che trascrivo, di cose dette in film e serie tv. È lì e si fa accostare piano piano, strusciando sul bordo della pelle come qualcosa quasi impercettibile, una piuma che ti sfiora e forse ti fa il solletico. 

Forse è nelle piante che ho trovato vive dopo due settimane di vita solitaria in casa, nel loro spirito di sopravvivenza da “piante del deserto” - come mi è stato detto da qualcuno prima di partire -, piante abituate all’aridità e a poca cura eppur capaci di sopravvivere, di vivere, di fiorire, di seccarsi e rifiorire.
Forse è nella loro forza e nella felpa che da qualche giorno indosso al risveglio per schermarmi dal freddo che sento, in gesti nuovi ma anche no. Forse è in parole autentiche arrivate da fonti inattese e da gocce di acqua sgorgate da più fonti.

Forse è nella malinconia della sera, nei ricordi che affiorano, nelle verità fasulle e nelle menzogne celate. Forse è in ciò che si credeva e che non era e in ciò che pur essendo non sembra più, perché il valore e i valori non sono merce di scambio da barattare a buon mercato.
Forse sarà che è saltata la diretta della partita di calcio e sono rimasta sola davanti a uno schermo improvvisamente scuro, vuoto di immagini e di senso.
Forse è l’ingranaggio di una routine saltata, interrotta, che lascia tempo in abbondanza.
Forse è stato o forse no, avrebbe potuto ma anche no, sarebbe ma non è.
Forse sarà, ma questo non lo so, non ancora. Forse lo dirà la nuova stagione.

lunedì 5 agosto 2019

La legge di Lavoisier

Un anno fa era domenica sera e c'era lo sport d'estate, le prime amichevoli di calcio, il tuo Milan che in questo ultimo campionato ho osservato pensando sempre a cosa avresti detto.
Un anno fa sarebbe stata la tua ultima sera, la tua ultima cena (che poi, non è che tu cenassi la sera, tutt'al più un po' di frutta).
L'ultima volta che avresti preso il pullman, o il passaggio di un amico (io ero già a Strasburgo e non potevo litigare con te per riaccompagnarti a casa). 
L'ultima volta che avresti infilato e girato le chiavi nella toppa, fatto scattare la serratura, tolte le scarpe, scrollata di dosso la fatica di una intera e calda giornata d'agosto, la fatica.
L'ultima volta che il tuo telefono avrebbe squillato, inviato suoni e messaggi, parole, risate, sfottò, sentimenti. 
È un anno che è passato da quella sera e ricordo bene quello che facevo io, un anno fa, domenica 5 agosto, quando i timori per altro erano ancora vivi e la tua vita ancora lì a farci compagnia. Mentre leggevo, prima di addormentarmi, prima di spegnere la luce.
Ricordo tutto di quella domenica sera e di un risveglio faticoso, come ogni lunedì. E mentre la sveglia suonava e automaticamente muovevo i miei passi, i tuoi si erano appena fermati: il cuore aveva rallentato, trovandoti troppo assorto nel tuo corpo stanco e nei tuoi pensieri bisognosi di riposo per farti rendere conto che la fatica ti stava lasciando, che l'affanno e gli affanni stavano finendo.
Non per noi, che ognuno nel luogo della propria vita siamo stati attaccati dalla tua notizia che ha squarciato l'alba e il silenzio. Troppo giovane, troppo presto, troppo amato.
Io aprivo la porta per uscire e andare a lavoro e tu uscivi dalla porta della tua vita, sornione come il sorriso con cui ci hai accolto, con cui ci hai salutato. 
Tengo per me il sentire, è uno scrigno di sentimenti troppo prezioso da serbare gelosamente, un luogo del cuore a cui tornare con la mente non per cadere preda di una malinconia paralizzante ma per ricordare, per tenere vivo il ricordo di una vita, la tua, condivisa e tante volte donata (ah, quelle trecce brioche!). Un luogo a cui tornare per ridere, perché delle tante cose che ricordo di te su tutte si erge l'ironia (e quel manifesto sotto casa per celebrare le esequie dell'Inter).
Qui è quando ero giovane alla mia laurea, con 10 anni e qualche chilo in meno!

Poi, però, ci penso ancora un po' e ti ricordo con gli occhi striati di verde - i tuoi - che si facevano rossi perché si riempivano di lacrime che tu ricacciavi indietro, con dignità, per non inciampare nelle stonature.
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma" (Lavoisier).

martedì 5 febbraio 2019

Sanremo #serata1


Come spiegare perché anche quest’anno, anche stasera, come da quasi 30 anni (perché qualche anno di spazio per la consapevolezza alla mia età lo devo pur lasciare), sono davanti alla tv a vedere Sanremo? La risposta è semplice ed è un tormentone. Perché Sanremo è Sanremo.

Mentre scrivo, pochi istanti fa Claudio Baglioni ha chiesto a Giorgia se tra le sue canzoni – dopo tanti anni di concerti ed esibizioni e di riproposizioni dei suoi brani, alcuni ripetuti più degli altri – se qualcosa l’ha stancata, annoiata, a tratti infastidita. E si, qualcosa ha stancato anche Giorgia. Eppure nonostante ciò, quando Claudione ha attaccato al pianoforte “Come saprei” e questa canzone che si perde nella notte dei tempi della Giorgia sanremese ha preso il volo, ancora una volta è stata tutta nuova. Perché Sanremo è un po’ come una festa comandata: arriva ogni anno, a cadenza più o meno fissa, ed è sempre uguale a se stesso eppure sempre nuovo. Un rituale cultural-laico atteso, dove tutti sono direttori artistici e un poco anche dirottatori, dove nessuno lo guarda e poi apri Facebook e te lo ritrovi invaso da foto e screenshot e commenti. Come la Nazionale e le analisi politiche da bar.

Un anno fa ero a Sanremo e in quel calderone che è la piazza sanremese ho visto da vicino quello che si muove attorno alla “kermesse” canora più famosa d’Italia (marò fatemi usare kermesse che fa tanto critico musicale accreditato!). In quel carrozzone c’è un mare magnum di cose e genti varie, un bestiario medievale con persone, personaggi e caricature che saturano marciapiedi e strade e aiuole. In questa settimana di lustrini e paillettes mi immergo ogni anno senza stancarmi, anche se è una cosa futile, o forse soprattutto per questo. 
Quest’anno il Festival di Sanremo è lontano molti km e due nazioni da me e l’ho atteso con una partecipazione diversa, con l’entusiasmo della prima volta “da qui”, anche se certe cose non sono cambiate: i commenti divertenti e divertiti sui social, che si fanno luoghi di condivisione; l’ironia dei folli membri del gruppo ‘a famigghia su Whatsapp, che regalano perle di umorismo da pancia in mano e stoccate da standing ovation; le corse al bagno durante la pubblicità; la fase accoccolamento da plaid con tanto di leggera pennica tra fine serata e inizio Dopo Festival. Perché Sanremo è un appuntamento che si è fatto e si fa memoria e tradizione, passato condiviso, storia comune. A queste consuetudini si stanno aggiungendo nuove tradizioni strasburghesi, fatte di aneddoti, cose da fare, persone con cui ridere e condividere, Baglioni cantanti da attendere e cicchetti da trangugiare. E poi, come dice Elvis, a tutte le latitudini Claudio Santamaria merita sempre un “Mammarocarmen!”.

Comunque, come scrivevo lo scorso anno, per fortuna Favino c’è!

Stasera hanno cantato tutti: non ci sono i giovani delle Nuove Proposte – anche se molti tra i cantanti in gara sono indipendenti e ai più sconosciuti –, non ci sono canzoni memorabili ma 4-5 buone e alcune da riascoltare. Mi è piaciuto sicuramente Daniele Silvestri, molto orecchiabile e simpatica Arisa (l’unica ottimista sul palco), bene Renga e Negrita e Cristicchi. Commento a parte #1 per Patty-Avatar-Pravo, che pure se inguardabile è sempre unica (a me, m piac!). Commento a parte #2 per Briga, una carica notevole di “Mammarocarmen”.

Ah comunque, come dice Arisa: mi sento bene.

lunedì 24 settembre 2018

Il foglio bianco



La prima volta che ho affrontato il foglio bianco ero in terza elementare, la maestra ci diede una traccia e noi piccoli alunni eravamo lì, di fronte a queste righe strette, a cercare di mettere insieme le parole per raccontare qualcosa e raccogliere il plauso della maestra. Si cercava di afferrare con la mente qualcosa – i pensieri – e di metterli in sequenza uno dietro l’altro. Certo, per mettere insieme un pensiero occorre pensare e a 8 anni il dubbio che quel qualcosa a cui pensare – e quindi da scrivere – non avesse un suo nesso mi fece vivere per la prima volta l’ansia da foglio bianco, ben noto a chi ha a che fare costantemente con le parole.

Quattro mesi che non scrivo sul blog, e in effetti è un lungo foglio bianco quello che si dipana dinanzi ai miei occhi. Quattro mesi in cui l’inchiostro digitale non ha battuto il nero sul bianco del word, lasciando un buco comunicativo nel mio reale mondo virtuale. Un foglio si può misurare in giorni? Un foglio grande 120 giorni il mio, lungo circa 4 volte il cammino di Santiago, in cui i pensieri si sono rincorsi in silenzio per non fare troppo rumore.

Che il silenzio, poi, a volte è solo apparente perché, mentre fuori non si sente nulla, la meccanica del cuore macina ingranaggi su ingranaggi, scandisce il tempo, i pensieri, le parole, e l’afonia non è mancanza di parole ma volontà di tenerle dentro, macerarle, tenerle sotto spirito come le amarene che mia madre prepara in estate per lasciarle diventare ciò che diventeranno, lasciare che prendano sapore. Un po’ come la vendemmia che faceva mio padre, quando preparava i tini e attendeva che l’uva pigiata diventasse altro, si consumasse in se stessa per diventare qualcosa di nuovo. E ancora lo ricordo l’odore che saliva dalle cantine di legno e mura umide, fin nella casa del paradiso: era il profumo di attesa silenziosa.

Nel silenzio che ha vorticato nella mia mente ho scritto e riscritto molte parole: ho raccontato i piccoli accadimenti che ho osservato camminando per le strade di un Paese nuovo e di una nuova città, ascoltando parole sfuggenti in una lingua che non è la mia e che mi sto allenando a trattenere nella mente, acchiappandone il significato; ho raccontato di case cadute scansate e di crepe che mi hanno toccato; ho scritto di sveglie all’alba e di camminate mattutine, quando ti fermi ad attendere il tram delle 7.08 e i lampioni notturni si spengono; ho scritto di treni, di vagoni che non si incontrano mai e di biciclette che sfrecciano come i motorini a Salerno, mentre ti giri a guardarne una di bicicletta; ho scritto di un lunedì alle 7.00 che urla ancora dentro e di notti di veglia che sembrava non dovessero finire mai. Ho scritto di lontananze che sanno farsi vicine e di fatti veri che sono e resteranno sempre tali e, forse, tra le poche parole che davvero saranno scritte.

Non ho scritto niente di tutto ciò, non c’è un nero che abbia segnato il bianco di un singolo foglio: eppure è tutto segnato, indelebile.

(In sottofondo ci sono le parole delle chat sul telefonino, le mail procrastinate, le cose tristi, i fatti da dirsi perché la distanza pesa e dobbiamo accorciare i chilometri, le chat sceme sul telefonino che ci fanno ridere assai, le parole dette e quelle taciute e le sorprese rivelate che sanno ancora di sorpresa perché le parole, quelle vere, quelle belle, hanno il sapore della meraviglia).

Mano nella mano

All’improvviso una mano afferra la mia nel tentativo di placare il panico e, mentre mi giro, vedo due occhi fermi e rassicuranti, dritti nei...