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| Il tramonto di Assunta "Magari questa foto ti riempie i polmoni" |
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| Il mare di Natalia |
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| La buonanotte di mamma |
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| Il tramonto di Assunta "Magari questa foto ti riempie i polmoni" |
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| Il mare di Natalia |
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| La buonanotte di mamma |
Ci sono giorni in cui andare a dormire è una sorta di liberazione, perché la testa è talmente dolorante da non riuscire a stare in equilibrio sul collo. Sono quei giorni in cui gli occhi si annebbiano e fanno fatica a restare aperti perché sono inondati dalla vita che gli scorre dentro, dietro le palpebre.
Ci sono giorni in cui le immagini
rapprese sulla retina sono quei particolari che, non meno importanti del quadro
d’insieme, riescono a renderti la totalità.
Ci sono lontananze che soffocano
per la troppa aria che c’è in mezzo, per quelle braccia che provi ad allungare
per afferrare mani che ti sfuggono e che non fai in tempo a chiudere tra le
tue.
Ci sono mani che restano nella
mente e nel cuore, sulla pelle che hanno toccato, su quel corpo che hanno
sanato, curato, accompagnato, riabilitato alla vita.
Queste mani sono la porta di
accesso ai ricordi che, mai dimenticati, sono tornati in tutta la loro forza
tutti insieme, scatenando lo tsunami che ha inondato ogni cosa.
E se non fosse per la notizia in sé
sarebbe da commuoversi per la condivisione del dolore, se non fosse il dolore
stesso a farla da protagonista su tutto. Un dolore sordo difficile da tacere,
persistente come un fischio nell’orecchio, fisso e fastidioso. È quello il
momento in cui gli occhi cedono, la testa si stringe fino a comprimersi, il
volto muta espressione.
In questo tempo che si fa beffe
della normalità diventa impossibile anche dirsi “a-Dio”, che quello già è
difficile di suo, immaginarsi nel tempo di una pandemia mondiale. Allora ti fai
forte del bagaglio di vita vissuta e provi a viaggiare nel tempo in mancanza
di spazi da percorrere, ed è dura perché ciò che c’è stato è stato bello, ciò
che si è vissuto è stato vero, ciò che si è condiviso è stato autentico. E quanto
più tutto ciò si concretizza nella memoria, tanto più caro è il biglietto da
pagare per questo strano viaggio.
Soltanto verso sera, a
1300 chilometri dal punto in cui il sole si appoggia sul mare, alcune nubi
hanno fatto capolino qui, attorno alla luna. In quel momento ho capito che
guardare al cielo è necessario, che quel luogo lontano che si staglia immenso
sulla testa dolorante è il luogo a cui volgere gli occhi e tendere le braccia. E
anche se è difficile anche solo da pronunciare, è guardando al cielo che parole
mute potranno imparare a dire “a-Dio”, in attesa di afferrare mani che ti
sfuggono e che si potranno ancora, un giorno, chiudere tra le tue.
Ho un momento di placido vuoto, di tempo rallentato che non preme su nessuna scadenza a breve termine. Sarò che sono le 2 di notte e ancora non dormo e quindi sì, il computer è già acceso e approfitto per riempire un foglio di parole.
Perché sveglia a quest’ora? Perché
il venerdì c’è Propaganda Live su La7 e prima di un certo orario non si va a
dormire (fatta eccezione per quando crollo a uso terza età sul divano, sotto
due strati di ogni tipo di coperta).
Perché sveglia a quest’ora? Perché stasera ho ascoltato per la prima volta Night Call di Chicco Giuliani su RadioDeejay, e di dormire ora non se ne parla per niente.

Su tutto questo scorrere di
immagini campeggia la neve, tanta, come mai ne avevo vista qui a Strasburgo da
quando mi ci sono trasferita, quasi tre anni fa. Ed è bella, di un bianco
luminoso che in queste sere a notte fonda in cucina non sembrava notte davvero.
La neve che tutto copre e addolcisce spigoli e riempie vuoti, finché il tempo
regge e la temperatura è perfetta. Ma non ci devi camminare se non con scarpe
adatte, o si rischia di fare come me giovedì pomeriggio, che camminavo guardinga per evitare di cadere a chiappe a terra, non fosse altro che
quello il quadro già è bello e la struttura si tiene su con lo scotch.
Il 29 maggio 2019 avevo messo
nero su bianco il mumble mumble che mi aveva fatto compagnia durante e dopo la
lettura del libro “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale. Per qualche ragione
queste parole erano rimaste in una cartella del mio computer ma da qualche
giorno sono tornate in mente e, sinceramente, non ricordavo bene cosa avessi
scritto.
Mentre leggevo le mie parole di
diciotto mesi fa ho pensato che oggi questi brevi dieci minuti non saprei come
impiegarli nel fare qualcosa di non fatto, perché in questo tempo rallentato,
ma anche fermo, dieci minuti di novità io sinceramente non riesco a trovare
come impiegarli. Allora ho pensato che quei dieci minuti oggi sono necessari,
per me, per cercare di trovare un angolo di tranquillità, un tempo di distacco
da quanto sta accadendo per non restarne paralizzati. Un libro, un film, la
musica, un quaderno su cui appuntare i pensieri, parlare con qualcuno,
ascoltare il silenzio.
Poi però rileggo le parole del 29 maggio 2019 e mi faccio la stessa domanda della protagonista:
“E poi? …Alla fine cosa si vince? Riavrò indietro la mia vita?
29 maggio 2019
Dieci minuti al giorno per levare
le paranoie di torno. Dieci minuti al giorno per decostruire palizzate di
certezze andate a male, su cui si inerpica quella muffa che rende tutto molle e
destinato a deteriorarsi. “Per dieci minuti”, di Chiara Gamberale edito da
Feltrinelli, è uno dei regali che ho trovato sotto l’albero dello scorso
Natale: un libro con dedica, meditato, con una sua ragione d’essere nelle
intenzioni dell’autrice e di chi lo ha scelto per me. Una storia romanzata con
un fondo di verità, nata dall’esperienza della Gamberale che, per un mese, ha
sperimentato in prima persona l’arte dei “dieci minuti” dedicati ogni giorno a
fare qualcosa che non si è mai fatta e che mai si penserebbe di fare. Dieci minuti
di lotta per l’indipendenza di quell’io profondo sepolto sotto strati di
abitudini e personalità modellata da anni di attività umana e relazioni
interpersonali.
«Scrivere — ha raccontato l’autrice
in un’intervista al Corriere — è l’unico rimedio che ho trovato per sopportare
l’esistenza. Una vocazione autentica… Da bambina complicata, l’unica forma di
appagamento e pace era ascoltare storie. Poi ho imparato a leggere... Scrivere
è sempre stato il mio modo di stare al mondo. Di resistere all’esistenza: di
capirla».
Nel mentre e dopo aver terminato
la lettura, ho cominciato a interrogarmi su questa storia esperienziale, sulle
manie, sulle abitudini, su quelle piccole certezze che se da un lato ci aiutano
nel caos quotidiano, d’altro canto possono rivelarsi delle gabbie dorate in cui
ci confortiamo, senza andare al di là, senza scrutare oltre il limite che ci
siamo precostituiti, con molteplici “senza” e nessun “con”.
I miei primi “dieci minuti” sono
iniziati un sabato sera di metà gennaio in un locale di Strasburgo, a tarda
serata, con una venezuelana e una spagnola come elementi di disturbo della mia
normalità che, con estrema semplicità, hanno alzato il mio sguardo oltre un
orizzonte certo. Un esercizio di piccoli passi messi uno dopo l’altro per
modificare l’andatura e, se dovesse andare bene, la direzione. Una nuova
chiacchierata, uscire prima da lavoro e pranzare fuori con una collega,
mangiare libanese per la prima volta (e scoprire di amarlo profondamente),
andare al cinema e vedere per la prima volta un film in lingua originale con
sottotitoli in una lingua che non è la tua…
Il percorso di Chiara, la protagonista del libro, non è per nulla semplice e porta al cambiamento, a quelle conseguenze da cui non è possibile tornare indietro. Come la sforbiciata dei ricci capelli di Ato, la decisione di adottare, la scelta di cambiare casa. Una complessità che diventa tale nelle sue propaggini e che, invece, nasce da una cosa semplice, da una proposta:
“Le va di fare un gioco? Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto”
“E poi? …Alla fine cosa si vince? Riavrò indietro la mia vita?”
“Ne riparliamo fra un mese… Intanto giochi, si impegni e non bari, mi raccomando”
“Non avevo niente da perdere… è diventata la mia occasione per provarci”.
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| Qui è quando ero giovane alla mia laurea, con 10 anni e qualche chilo in meno! |

All’improvviso una mano afferra la mia nel tentativo di placare il panico e, mentre mi giro, vedo due occhi fermi e rassicuranti, dritti nei...