lunedì 14 ottobre 2019

L'impermeabile giallo

Capita che in un giorno di quasi autunno ci si ritrovi a girare per le strade della città in cui vivi, quella della tua quotidianità, una città che inizi davvero a sentire tua anche se non lo è da sempre, una città che inizi ad amare anche se non è stata il primo amore perché il tuo sangue profuma di salsedine e qui con l’Ill sei tutt’al più parente del fiume Reno.

Ecco, in una giornata così, con qualche nuvola tutto attorno e un dolore dentro, capita che faccia capolino da una stradina del centro una ragazza sconosciuta con una giacca gialla, di quelle impermeabili, con i bottoni di plastica ben evidenti. Tipo quelle che portavamo da bambini o, meglio ancora, tipo la giacca gialla che mio zio Mimmo indossava allo stadio Arechi a Salerno quando pioveva, quando si andava a vedere tutti insieme la Salernitana: la stessa giacca impermeabile che indossava in quel Salernitana-Venezia in cui ci inzuppammo talmente di acqua che Mimmo ogni tanto svuotava le sue tasche mentre mio padre e io diventavamo spugne (e quell’anno a Natale, a Bolzano, pagammo cara quella pioggia!).
Quella ragazza con la giacca gialla è stata la prima di una lunga persecuzione che da un mese mi accompagna per le vie di Strasburgo. Ogni giacca apparsa all’improvviso nel mio campo visivo ha fatto cadere piccole squame, ogni goccia che scivolava lungo la plastica portava via grammi di anima appesantita. Ogni tocco di colore apparso nel suo fulgore sgargiante ha squarciato panorami grigi che si erano stagliati sul mio orizzonte.



Ho perso il conto delle giacche gialle che ho visto da quel giorno, probabilmente è la moda dell’anno e non me ne sono accorta. Fatto sta che Strasburgo è piena di impermeabili gialli e io, ogni volta che ne vedo uno, non posso fare a meno di sorridere.

domenica 8 settembre 2019

Domenica

Sarà che è domenica e che siamo sul filo del rasoio di una settimana che finisce e di una che inizia.
Sarà che ho messo il trapuntino delle mezze stagioni sul letto, quello che non mi fa sentire freddo ai piedi e che mi permette di dormire ancora col pantaloncino corto, se proprio ne sento l’esigenza, se proprio non ce la faccio ancora a capire che sta cambiando la stagione.
Sarà che fuori piove e dentro non lo so, ma qualcosa sta cambiando.
È nelle note di canzoni, tra le righe di parole che leggo, di testi che trascrivo, di cose dette in film e serie tv. È lì e si fa accostare piano piano, strusciando sul bordo della pelle come qualcosa quasi impercettibile, una piuma che ti sfiora e forse ti fa il solletico. 

Forse è nelle piante che ho trovato vive dopo due settimane di vita solitaria in casa, nel loro spirito di sopravvivenza da “piante del deserto” - come mi è stato detto da qualcuno prima di partire -, piante abituate all’aridità e a poca cura eppur capaci di sopravvivere, di vivere, di fiorire, di seccarsi e rifiorire.
Forse è nella loro forza e nella felpa che da qualche giorno indosso al risveglio per schermarmi dal freddo che sento, in gesti nuovi ma anche no. Forse è in parole autentiche arrivate da fonti inattese e da gocce di acqua sgorgate da più fonti.

Forse è nella malinconia della sera, nei ricordi che affiorano, nelle verità fasulle e nelle menzogne celate. Forse è in ciò che si credeva e che non era e in ciò che pur essendo non sembra più, perché il valore e i valori non sono merce di scambio da barattare a buon mercato.
Forse sarà che è saltata la diretta della partita di calcio e sono rimasta sola davanti a uno schermo improvvisamente scuro, vuoto di immagini e di senso.
Forse è l’ingranaggio di una routine saltata, interrotta, che lascia tempo in abbondanza.
Forse è stato o forse no, avrebbe potuto ma anche no, sarebbe ma non è.
Forse sarà, ma questo non lo so, non ancora. Forse lo dirà la nuova stagione.

lunedì 5 agosto 2019

La legge di Lavoisier

Un anno fa era domenica sera e c'era lo sport d'estate, le prime amichevoli di calcio, il tuo Milan che in questo ultimo campionato ho osservato pensando sempre a cosa avresti detto.
Un anno fa sarebbe stata la tua ultima sera, la tua ultima cena (che poi, non è che tu cenassi la sera, tutt'al più un po' di frutta).
L'ultima volta che avresti preso il pullman, o il passaggio di un amico (io ero già a Strasburgo e non potevo litigare con te per riaccompagnarti a casa). 
L'ultima volta che avresti infilato e girato le chiavi nella toppa, fatto scattare la serratura, tolte le scarpe, scrollata di dosso la fatica di una intera e calda giornata d'agosto, la fatica.
L'ultima volta che il tuo telefono avrebbe squillato, inviato suoni e messaggi, parole, risate, sfottò, sentimenti. 
È un anno che è passato da quella sera e ricordo bene quello che facevo io, un anno fa, domenica 5 agosto, quando i timori per altro erano ancora vivi e la tua vita ancora lì a farci compagnia. Mentre leggevo, prima di addormentarmi, prima di spegnere la luce.
Ricordo tutto di quella domenica sera e di un risveglio faticoso, come ogni lunedì. E mentre la sveglia suonava e automaticamente muovevo i miei passi, i tuoi si erano appena fermati: il cuore aveva rallentato, trovandoti troppo assorto nel tuo corpo stanco e nei tuoi pensieri bisognosi di riposo per farti rendere conto che la fatica ti stava lasciando, che l'affanno e gli affanni stavano finendo.
Non per noi, che ognuno nel luogo della propria vita siamo stati attaccati dalla tua notizia che ha squarciato l'alba e il silenzio. Troppo giovane, troppo presto, troppo amato.
Io aprivo la porta per uscire e andare a lavoro e tu uscivi dalla porta della tua vita, sornione come il sorriso con cui ci hai accolto, con cui ci hai salutato. 
Tengo per me il sentire, è uno scrigno di sentimenti troppo prezioso da serbare gelosamente, un luogo del cuore a cui tornare con la mente non per cadere preda di una malinconia paralizzante ma per ricordare, per tenere vivo il ricordo di una vita, la tua, condivisa e tante volte donata (ah, quelle trecce brioche!). Un luogo a cui tornare per ridere, perché delle tante cose che ricordo di te su tutte si erge l'ironia (e quel manifesto sotto casa per celebrare le esequie dell'Inter).
Qui è quando ero giovane alla mia laurea, con 10 anni e qualche chilo in meno!

Poi, però, ci penso ancora un po' e ti ricordo con gli occhi striati di verde - i tuoi - che si facevano rossi perché si riempivano di lacrime che tu ricacciavi indietro, con dignità, per non inciampare nelle stonature.
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma" (Lavoisier).

martedì 5 febbraio 2019

Sanremo #serata1


Come spiegare perché anche quest’anno, anche stasera, come da quasi 30 anni (perché qualche anno di spazio per la consapevolezza alla mia età lo devo pur lasciare), sono davanti alla tv a vedere Sanremo? La risposta è semplice ed è un tormentone. Perché Sanremo è Sanremo.

Mentre scrivo, pochi istanti fa Claudio Baglioni ha chiesto a Giorgia se tra le sue canzoni – dopo tanti anni di concerti ed esibizioni e di riproposizioni dei suoi brani, alcuni ripetuti più degli altri – se qualcosa l’ha stancata, annoiata, a tratti infastidita. E si, qualcosa ha stancato anche Giorgia. Eppure nonostante ciò, quando Claudione ha attaccato al pianoforte “Come saprei” e questa canzone che si perde nella notte dei tempi della Giorgia sanremese ha preso il volo, ancora una volta è stata tutta nuova. Perché Sanremo è un po’ come una festa comandata: arriva ogni anno, a cadenza più o meno fissa, ed è sempre uguale a se stesso eppure sempre nuovo. Un rituale cultural-laico atteso, dove tutti sono direttori artistici e un poco anche dirottatori, dove nessuno lo guarda e poi apri Facebook e te lo ritrovi invaso da foto e screenshot e commenti. Come la Nazionale e le analisi politiche da bar.

Un anno fa ero a Sanremo e in quel calderone che è la piazza sanremese ho visto da vicino quello che si muove attorno alla “kermesse” canora più famosa d’Italia (marò fatemi usare kermesse che fa tanto critico musicale accreditato!). In quel carrozzone c’è un mare magnum di cose e genti varie, un bestiario medievale con persone, personaggi e caricature che saturano marciapiedi e strade e aiuole. In questa settimana di lustrini e paillettes mi immergo ogni anno senza stancarmi, anche se è una cosa futile, o forse soprattutto per questo. 
Quest’anno il Festival di Sanremo è lontano molti km e due nazioni da me e l’ho atteso con una partecipazione diversa, con l’entusiasmo della prima volta “da qui”, anche se certe cose non sono cambiate: i commenti divertenti e divertiti sui social, che si fanno luoghi di condivisione; l’ironia dei folli membri del gruppo ‘a famigghia su Whatsapp, che regalano perle di umorismo da pancia in mano e stoccate da standing ovation; le corse al bagno durante la pubblicità; la fase accoccolamento da plaid con tanto di leggera pennica tra fine serata e inizio Dopo Festival. Perché Sanremo è un appuntamento che si è fatto e si fa memoria e tradizione, passato condiviso, storia comune. A queste consuetudini si stanno aggiungendo nuove tradizioni strasburghesi, fatte di aneddoti, cose da fare, persone con cui ridere e condividere, Baglioni cantanti da attendere e cicchetti da trangugiare. E poi, come dice Elvis, a tutte le latitudini Claudio Santamaria merita sempre un “Mammarocarmen!”.

Comunque, come scrivevo lo scorso anno, per fortuna Favino c’è!

Stasera hanno cantato tutti: non ci sono i giovani delle Nuove Proposte – anche se molti tra i cantanti in gara sono indipendenti e ai più sconosciuti –, non ci sono canzoni memorabili ma 4-5 buone e alcune da riascoltare. Mi è piaciuto sicuramente Daniele Silvestri, molto orecchiabile e simpatica Arisa (l’unica ottimista sul palco), bene Renga e Negrita e Cristicchi. Commento a parte #1 per Patty-Avatar-Pravo, che pure se inguardabile è sempre unica (a me, m piac!). Commento a parte #2 per Briga, una carica notevole di “Mammarocarmen”.

Ah comunque, come dice Arisa: mi sento bene.

lunedì 24 settembre 2018

Il foglio bianco



La prima volta che ho affrontato il foglio bianco ero in terza elementare, la maestra ci diede una traccia e noi piccoli alunni eravamo lì, di fronte a queste righe strette, a cercare di mettere insieme le parole per raccontare qualcosa e raccogliere il plauso della maestra. Si cercava di afferrare con la mente qualcosa – i pensieri – e di metterli in sequenza uno dietro l’altro. Certo, per mettere insieme un pensiero occorre pensare e a 8 anni il dubbio che quel qualcosa a cui pensare – e quindi da scrivere – non avesse un suo nesso mi fece vivere per la prima volta l’ansia da foglio bianco, ben noto a chi ha a che fare costantemente con le parole.

Quattro mesi che non scrivo sul blog, e in effetti è un lungo foglio bianco quello che si dipana dinanzi ai miei occhi. Quattro mesi in cui l’inchiostro digitale non ha battuto il nero sul bianco del word, lasciando un buco comunicativo nel mio reale mondo virtuale. Un foglio si può misurare in giorni? Un foglio grande 120 giorni il mio, lungo circa 4 volte il cammino di Santiago, in cui i pensieri si sono rincorsi in silenzio per non fare troppo rumore.

Che il silenzio, poi, a volte è solo apparente perché, mentre fuori non si sente nulla, la meccanica del cuore macina ingranaggi su ingranaggi, scandisce il tempo, i pensieri, le parole, e l’afonia non è mancanza di parole ma volontà di tenerle dentro, macerarle, tenerle sotto spirito come le amarene che mia madre prepara in estate per lasciarle diventare ciò che diventeranno, lasciare che prendano sapore. Un po’ come la vendemmia che faceva mio padre, quando preparava i tini e attendeva che l’uva pigiata diventasse altro, si consumasse in se stessa per diventare qualcosa di nuovo. E ancora lo ricordo l’odore che saliva dalle cantine di legno e mura umide, fin nella casa del paradiso: era il profumo di attesa silenziosa.

Nel silenzio che ha vorticato nella mia mente ho scritto e riscritto molte parole: ho raccontato i piccoli accadimenti che ho osservato camminando per le strade di un Paese nuovo e di una nuova città, ascoltando parole sfuggenti in una lingua che non è la mia e che mi sto allenando a trattenere nella mente, acchiappandone il significato; ho raccontato di case cadute scansate e di crepe che mi hanno toccato; ho scritto di sveglie all’alba e di camminate mattutine, quando ti fermi ad attendere il tram delle 7.08 e i lampioni notturni si spengono; ho scritto di treni, di vagoni che non si incontrano mai e di biciclette che sfrecciano come i motorini a Salerno, mentre ti giri a guardarne una di bicicletta; ho scritto di un lunedì alle 7.00 che urla ancora dentro e di notti di veglia che sembrava non dovessero finire mai. Ho scritto di lontananze che sanno farsi vicine e di fatti veri che sono e resteranno sempre tali e, forse, tra le poche parole che davvero saranno scritte.

Non ho scritto niente di tutto ciò, non c’è un nero che abbia segnato il bianco di un singolo foglio: eppure è tutto segnato, indelebile.

(In sottofondo ci sono le parole delle chat sul telefonino, le mail procrastinate, le cose tristi, i fatti da dirsi perché la distanza pesa e dobbiamo accorciare i chilometri, le chat sceme sul telefonino che ci fanno ridere assai, le parole dette e quelle taciute e le sorprese rivelate che sanno ancora di sorpresa perché le parole, quelle vere, quelle belle, hanno il sapore della meraviglia).

martedì 29 maggio 2018

Locken. Curly. Bouclés. Ricci. Come imparare il tedesco al supermercato


Vorrei non sfatare il luogo comune di noi italiani all’estero. Quello secondo il quale abbiamo una lingua franca gestuale che ci permette di comunicare in ogni luogo. Ma prima di non sfatare questo luogo comune devo restringere il campo d’azione a un’area geografica di origine delimitata: il Sud. Sono stata in Germania a fare la spesa, e per spesa non intendo “spese”, “shopping”, ma la spesa della quotidianità casalinga, quella che vai aprendo mobili e tiretti per vedere se l’ammorbidente è finito, se il dentifricio è in modalità riserva, se la carta igienica (Dio benedica l’inventore!) è lì lì per finire.
La mia comunicazione standard si basa sull’italiano ma, all’occorrenza, vengono in mio aiuto il francese e l’inglese. Ed è proprio la lingua degli Angli e dei Sassoni ad aver fatto da trait d’union tra me e la commessa del DM, catena di supermercati tedesca, quando dopo una passeggiata sul corso di Kehl (ma anche i tedeschi usano la parola “corso”?) sono entrata con il carrellino per fare la spesa.
In principio fu lo shampoo, e lo shampoo è stato l’ostacolo da superare sul mio cammino perché, se la parola SHAMPOO campeggia a grandi lettere su tutte le confezioni (dopo la carta igienica, Dio salvi la comunicazione iconica!), la specificità del prodotto “per capelli ricci” risultava irrintracciabile. Ora, è vero che sono chiara di capelli e colori vari, ho un nome di origine tedesca e potrei mimetizzarmi tra le donne teutoniche di piccola taglia, ma a parte KINDER, GUTEN MORGEN, KRANKENHAUS, KÖNIGSPLATZ e poche altre parole, io di tedesco non capisco una cippa.
Ed è qui che la comunicatrice Made in Terronia che è in me ha avuto la meglio. Alla commessa tedesca che parlava un po’ di inglese mi sono approcciata chiedendo in inglese le indicazioni per rintracciare il corrispettivo tedesco di CURLY HAIR, ma è stato l’istintivo gesto della mano sinistra che, supportato dal movimento di base dell’avambraccio e completato dall’estensione e rotazione dell’indice relativo, ha chiuso con efficacia il mio pacchetto comunicativo e mi ha permesso di raggiungere l’obiettivo. Immagina, puoi.
Con la certezza di un nuovo significato acquisito mi sono quindi recata presso gli scaffali dei prodotti e ho cercato il mio shampoo per capelli LOCKEN.

PS. La varietà di shampoo, naturalmente, comprendeva un incrocio di altre esigenze e qualità che avrei voluto considerare per l’acquisto, ma a sto giro accontentiamoci di aver trattato i ricci.

domenica 15 aprile 2018

Take care


Una mano sull’altra. Un gesto che ha tanti significati e che ricordo di aver impresso negli occhi e nella memoria sin da anni a due cifre e tre decadi fa.

Sul volo da Napoli a Basilea un uomo e una donna sono seduti accanto a me. Lui straniero, forse tedesco, lei probabilmente italiana o masticatrice della mia lingua. La mano di lei su quella di lui, i motori che vanno veloci per raggiungere quel rombo forte da ruote in velocità crescente fino a far staccare da terra quel grosso aggeggio che conteneva circa 160 storie. È proprio negli istanti immediatamente precedenti al distacco delle ruote da terra che la pressione delle mani si fa più forte, mentre le dita un po’ sbiancano, come succede quando si stringe qualcosa, qualcuno. Sul volto di lui un’espressione vitrea, di evidente paura; sul volto di lei una pace rassicurante, il tentativo osmotico di far passare un po’ di serenità attraverso quei canali di mani.

Lungo le strade di Strasburgo una madre posa la sua mano su quella del suo bambino. La prende, le sfugge – perché il desiderio di corsa e libertà sono un istinto irrefrenabile all’uscita da scuola – poi la riprende. Quella mano grande che stringe la mano piccola è un porto sicuro, una bussola esatta, la stella polare dell’esserci.

In una sala da ballo poco fuori Illkirch mani si prendono per mano e danno vita alla danza.
Sono mani allenate, mani leggere, mani che si accolgono e si guidano vicendevolmente, in un’armonia di movimenti e leggiadria di cuori. In quella sala da ballo una mano prende la mia tra le mani. È una mano sconosciuta, appartengono a occhi sorridenti e sorriso rassicurante, pronti ad accogliere il terrore dei miei occhi e la paura del mio corpo. Sono mani esperte. Mi rasserenano, mi guidano e mi accompagnano. Si prendono cura di me.

Sul volo da Basilea a Napoli un uomo e una donna sono seduti al mio fianco. Sono stati giorni di occhi pieni e pensieri nebulosi, di riflessioni e fardelli, di gioie e corse e risate, di pizzicotti amorosi e abbracci e baci e parole straniere. La testa e il cuore non si accordano e guardo queste mani ma non le vedo. Mi ci vuole un volo quasi completo, una dormita, un risveglio, una stiracchiata e un po’ di perturbazioni per capire. Sono le mani di un uomo e di una donna che hanno lasciato la loro terra, hanno iniziato una nuova vita in una terra lontana, hanno seminato e accudito il frutto di tanto faticare. Sono le mani di un uomo ottantenne con il cuore di un giovane, di una donna piccola e dal sorriso discreto che ha custodito il segreto di un amore restando sempre un passo indietro consapevole di essere, invece, alla guida poco più avanti. Sono mani che si sono mosse per articolare storie e ricordi, città e paesi, figli e amici, a me che ero seduta lì vicino. Sono mani che si prendono cura e che custodiscono una lunga storia.

“Take care”: mi piace questo verbo che dice “stai attento” per dire più comunemente “prenditi cura”, perché la cura per qualcosa, per qualcuno, si concretizza nell’attenzione donata.

Poi ci sono le mani piccole piccole che si prendono per mano. Sono sogni teneri e speranze delicate.

domenica 11 marzo 2018

Contenitori vuoti e stadi pieni


Questa vittoria è per e tutti quelli che lo hanno amato.
Per sempre
Ci sono giorni che nascono strani. Iniziano nel cuore della notte in un momento non sempre riconoscibile o identificabile, in un ante e post quam indecifrabile, e poi partono. Partono mentre stai facendo qualcosa o niente, mentre stai tornando a casa o stai uscendo. Partono mentre hai appena dato o ricevuto la più bella notizia possibile; partono mentre sta mettendo radici la bellezza o la tristezza, la verità o la menzogna, il giusto o ciò che giusto non è.

Stanotte ho chiuso la porta di casa molto tardi. In quel momento ho guardato l’orologio e ho pensato: chissà a che ora è accaduto.

Una settimana fa, mentre al mattino sprimacciavo occhi e viso che ancora avevano la forma del cuscino, mentre il cellulare si riattivava e le voci digitali del mondo bussavano al mio telefono, una notifica cancella ogni traccia di sonno. La morte di Davide Astori, calciatore e capitano della Fiorentina.

Era domenica e a casa eravamo con la testa ai fatti della domenica: il default erano i campi di calcio, il pre partita, i rituali, gli ultimi aggiornamenti del Fantacalcio di mio fratello e tutte le risate che nomi impossibili di quasi-squadre di una realtà fantavera possono far nascere. Ma era soprattutto “la” domenica, quella attesa da mesi, forse da anni, di elezioni che sanno di tutto e di niente, di risultati scontati ma anche no, di una politica che aveva provato a entrare per mesi nelle nostre casi per farci venire la voglia di uscire da casa e andare nelle scuole, nelle sezioni, nelle cabine elettorali e mettere il segno della croce su un destino da provare a costruire.

Io quella notte mi sono interrogata sul mio voto, su come esprimerlo – perché io ho sempre pensato di volerlo esprimere un voto, vero o nullo che possa essere –, mi sono chiesta verso chi esprimerlo. Nel vuoto megagalattico della politica italiana – si, c’è un gran vuoto riempito da chiasso e volgarità – io quella notte ho deciso a chi dare la mia delega a sedersi sugli scranni dei luoghi in cui si (dovrebbe) fa(re) l’Italia. E niente, io la testa la tenevo lì, ed era una testa appesantita perché questa volta, più di altre, scegliere cosa-chi votare è stata dura.

Quel risveglio lo vivo al rallentatore, anche ora mentre scrivo e ricordo e rivivo, e la scena è chiara. Ovatta è scesa nelle orecchie, tutto si è attutito. Per me, ma non solo. Quel giorno, mentre da Udine si rincorrevano notizie, il silenzio calava nel chiassoso mondo calcistico. “Che strano”, avevamo pensato a casa quando iniziava a girare la notizia del rinvio della giornata di calcio, “chissà cosa è accaduto. Probabilmente hanno scoperto una combine e avranno deciso di fermare tutte le partite per evitare strani giri di risultati”. Questo il mio pensiero del “prima”, perché il calcio che tanto mi piace – come la politica – mi appassiona ma non è per niente limpido. E invece, purtroppo, quella mattina era tutto troppo chiaro. Nessuna partita truccata, nessuna scommessa. Uno strano scherzo del destino, un tiro mancino, un risveglio tragico – per chi, quel giorno, ha aperto gli occhi.

Quando muore un giovane si interpella la natura. “È contro la natura”, diceva mia nonna, “i padri non seppelliscono i figli”. È un dolore che è un nodo che toglie via l’aria, quello che blocca la vita e il respiro di un genitore che sopravvive a un figlio.

Quanti sono i figli che muoiono ogni giorno? Quante sono le tragedie che si consumano, che si perpetrano, sotto i nostri occhi? Sotto occhi conniventi? Sotto occhi impotenti? Quante morti si consumano nel silenzio? Taciute? Solitarie? Dimenticate? Tante, troppe, inenarrabili. Forse non basterebbero righe e quadretti dei fogli del mondo, non si starebbe sulla notizia.

Cosa fa di “uno solo” il fulcro di un dolore così grande?

Domenica pomeriggio sono andata alla ricerca della bellezza. Il cielo plumbeo, l’aria ferma, immobile, ho camminato tra i templi di Paestum, in un luogo che racchiude una storia millenaria, che parla di uomini che non ci sono più eppure sono ancora nei massi intarsiati e in quelli smussati dal tempo, nella memoria di ciò che era e nella consapevolezza di ciò che resta. Tra le pietre magnifiche ho scorto espressioni, ho percepito sentimenti. In una colonna ho rivisto i tratti di un uomo, sembrava quasi uno stupore misto a dolore. Qualche giorno dopo, a casa, ho pensato ad Achille, al dolore che gli scompone il viso quando vede Patroclo, l’amico amato, vinto dal sonno della morte. Ho pensato a chi, domenica 4 marzo, ha scorto nel sonno placido di un giovane il volto di un riposo perenne che nulla muta e tutto trasforma.

«e Achille tra loro diede inizio al compianto,
mettendo le mani sterminatrici sul petto del suo compagno,
e gemendo sempre, come un leone dalla bella criniera
al quale un cacciatore ha rapito i cuccioli nella selva fitta,
e lui si angoscia d’esser giunto tardi» (Iliade, XVIII, 316-319).

Questa che si sta chiudendo è stata una settimana di compianto collettivo, iniziata nelle cabine elettorali, protrattasi in una notte di spoglio e spoglie, continuata tra tutte le strade d’Italia che hanno portato a Firenze, per riversarsi poi nelle case, attraverso il canto di aedi 2.0 che hanno parlato di un giovane che ha costruito la vita calciando un pallone in pantaloncini e maglietta, facendosi uomo e restando umano.

Perché la morte di uno, di uno solo tra tanti, ha suscitato un'emozione collettiva così forte?

Tra le tante parole che ho ascoltato mi hanno colpito quelle di un cronista che ha detto su per giù questo: quando li vedi in campo, i calciatori sembrano degli uomini adulti, quasi ingobbiti da spinte e pressioni che hanno una genesi più da S.P.A. che da squadra di calcio, persone di esperienza da inneggiare o contro cui scagliarsi per una partita di pallone. Poi li vedi fuori e sono persone che vivono una vita – molte volte privilegiata – ma che nelle sue fondamenta ha radici comuni a tutti: si nasce in una famiglia, si cresce in una comunità, ci si relaziona con il mondo. Ed è sul campo dell’alterità che ci si gioca la damnatio memoriae o l’immortalità. Di questo ragazzo di 31 anni, passato agli occhi del mondo come difensore con la maglia numero 13, si è scoperto un mondo di bellezza e verità da fare invidia ai fregi del Tempio di Nettuno a Paestum, anni intarsiati di pazienza e dedizione, di onestà e impegno, di senso di responsabilità e serietà, di ironia e leadership – quella vera, frutto di un percorso e non della raccolta dei punti del latte. Non si può definire la vita di un uomo di cui si ha una percezione parziale, ma se come diceva mia nonna “l’albero si vede dai frutti” è proprio il feedback, il riscontro, l’interfaccia emozionale e umano di tutta questa vicenda – al di là di propaggini parossistiche – a dare il senso di questa giovane vita che a un certo punto si è fermata.

Troppe volte, troppo spesso, quasi sempre tra paradosso ed esasperazione, i campi di calcio assurgono a templi delle divinità nostrane, ad agorà pubbliche, a luoghi dove sembra plausibile il passaggio dell’unico senso di vita possibile. Ma ciò che resta nei pilastri intarsiati della vita di Davide Astori parte da una genesi diametralmente opposta. È il figlio educato dai genitori, cresciuto alla scuola di un’alterità allenata nel rapporto tra fratelli, accresciuta e messa in discussione nei diversi spazi della vita comunitaria in cui il rispetto dell’altro non è mai venuto meno, amplificatasi tra spogliatoi e campi di pallone, divenuta a sua volta fonte di educazione nel ruolo – di vita – di padre. È la storia del giocatore che è innanzitutto uomo e la cui morte, proprio per questo, spezza il fiato in gola, accelera il magone, fa sgorgare lacrime. Per una settimana in tv lo share non l’hanno segnato chiacchiere inutili, litigi, scontri, ma il rincorrersi di immagini di vita che esorcizza la morte, di racconti che provano a rallentare il taglio del filo delle Moire inesorabili, di occhi lucidi davvero e non per finta o per necessità.

Il professore di sociologia, all’università, diceva sempre: “è un problema di contenitori. I contenitori sociali sono vuoti, non ci sono più esempi a cui attingere. La politica, le istituzioni, i grandi catalizzatori dell’attenzione civile non esistono più o non hanno più la forza e la capacità di attrarre”. Si cerca di attingere acqua altrove, allora, e non sempre è acqua limpida, il più delle volte è a dir poco stagnante. Il calcio non può essere un sostitutivo, un esempio tout court, ma è senza dubbio un catalizzatore di sogni sin da bambini.

Il dinoccolato Astori – se lo penso bambino, alto così come è, me lo immagino con questa andatura tipica da quello più alto della classe – ha coltivato un sogno, lo ha irrorato di grazia e pazienza, di talento e impegno, senza scorciatoie o facilitazioni e lo ha realizzato, incarnato, vissuto.

Se mi guardo attorno e cerco gli esemplari umani “in potenza” del domani vedo tanti tentativi di aborto, vedo sogni che arrivano a stento a fecondare l’ovulo della determinazione, perché qua la vita si è fatta sterile e la dignità è continuamente calpestata.

Cosa resta dopo di noi? Qual è il lascito di una vita?

In questa settimana sui media, giovedì in Basilica a Santa Croce e in quella grande piazza e sui balconi a Firenze, ieri all’Olimpico a Roma, oggi al Franchi a Firenze: in questi luoghi si sono ritrovati in tanti, con semplicità e spontaneità, senza demagogia, per la morte di “uno solo”. Io me lo chiedo perché “uno” può scatenare tanto e far dire molto: forse c’è una qualità che va oltre la quantità, c’è un silenzio che sa coltivare nel nascondimento più di tante parole urlate, c’è una verità che non può essere elusa. Ed è emersa domenica scorsa, ma non dalle urne.

Il 5 settembre 1989, dopo la morte tragica di Gaetano Scirea avvenuta a causa di un incidente automobilistico, in quella Polonia post elezioni che aveva portato in parlamento l’intellettuale di Solidarnosc Adam Michnik, il giornalista Andrea Tarquini scriveva su Repubblica: «In Polonia la coabitazione passa anche dai campi di calcio, e questo trasforma un lutto dello sport in lutto di tutti».

Ancora torno con la mente alla domanda di stanotte: chissà quando è arrivato il momento che ha reciso il filo del tempo della vita di quel singolo uomo. Chissà quando il silenzio della notte si è fatto silenzio davvero. Chissà se la commozione di una settimana lascerà qualcosa di buono sui campi e nei palazzi del calcio, amato e odiato, osannato e vituperato. E non solo là.

Domani è lunedì e si ricomincia. Il seme che cade e si spacca e muore, per attecchire e portare frutto deve trovare un terreno buono, fecondo, pronto.

martedì 13 febbraio 2018

Vademecum per il 68° Festival di Sanremo. Quinta serata. Commenti e inciuci.

Ci siamo, l’ultima serata arrivò. Martedì sera sembrava lontana eppure eccola qua. Il bel Claudio entra di rosso vestito, che si sa, il rosso è passione e sofferenza.
Anteprima: quanta sana invidia per la bella moglie di Favino. Eh.
Entra Ultimo che ieri ha vinto e, neo big, apre l’ultima puntata. Quando si caricano troppo le persone e si chiede troppo e troppo e troppo, capita che poi ci ricordiamo che siamo fatti di carne, piccoli e fallibili, e che il giovane vincitore incappi in una nota non sua e cada dalla scala musicale. Pizzirillo, oggi in sala stampa e anche ora mi ha sinceramente fatto tenerezza.
Poi prende la parola la Carlucci e capisce assi per figura e fa una grande markettttta a Ballando con le stelle.
E la Hunziker, com’è? MERAVIGLIOSA!
Passame er sale e parte il coro sul ritornello. Barbarossa è come il vino buono.
Red Canzian oggi in sala stampa è stato eccezionale. È rock e ha una comunicativa che accende. La canzone non è tra quelle che mi hanno particolarmente colpito ma lui ha voce, ritmo, la musica è coinvolgente. Non sembra sul piano del declino, in un certo modo è come se si stesse riallacciando alle sue origini.
Eccola qua la canzone di Giovanna, di Core e mia: Frida, MAI MAI MAI. E che te lo dico a fare. Eh! Io non so voi, ma quando vedo Stash de I Kolors mi viene in mente una persona che mi disse che tiene il ciuffo favezo. E niente, io penso ai toupet tipo Lino Banfi che metteva la retina nei B-movie degli anni 70-80.
Scusate, ma quanto è fresco il compagno della Pausini?
Scusate, ma quanto è fresco Scanzi? Di cui nel post di ieri.

Non posso commentare Avrai, sono in quella terra di mezzo in cui non è dato vedere oltre. Posso un po’ viverla, e vederla sempre più andare via, lontana… “Avrai avrai avrai il tuo tempo per andar lontano… ti fermerai sognando”.
Ho capto perché piace la Pausini, al di là delle sue innegabili doti: è verace. La sua “shz” rimasta così, senza dizione o correzione, e quella corsa fuori verso il pubblico, a mo’ di concerto da stadio, me l’hanno fatta piacere. Brava Laura!
Gli Elii mi hanno commosso: la loro canzone è a momenti sottotono, stanca come forse un po’ loro. Sentirli cantare con i Neri per Caso è bello, perché la stima tra artisti può esistere, soprattutto tra artisti di valore. In conferenza stampa Elio ha detto che si sono già sciolti e che stanno salutando il pubblico, ma io spero che qualche strano fenomeno fisico al contrario faccia ricomporre tutto lo sciolto che avanza.
Gli occhiali da sole della Hunziker fan pendant con la giacca di Baglioni. Quest’anno perdere tempo per i cambi di scena è stato divertente, meno stucchevole e da statue imbalsamate. Bello quel Claudio, che è tosto e mica facile, ma ha saputo creare la squadra giusta. E chest’è.
Scusate ma mi sono distratta: Rubino forse mi fa cambiare idea e potrei votarlo (sto uagliono da due giorni mi emoziona), i Decibel li canterò assai, la Vanoni con Bungaro e Pacifico sono wonderful, mi pare di non aver perso altro. Caccamo stona, era meglio con Arisa.
Una cosa bella di questa esperienza è stata la condivisione, da qui e da Salerno. Questa cosa rara, con pochi e per pochi, è stata importante.
E poi arrivano loro: qui cantiamo e balliamo con “la vecchia che balla!!!”.
Errata corrige: Rubino, ti auguro tanta fortuna mo, te la meriti, ma voto il mio primo imprinting sanremese: Lo Stato Sociale.
Il duo Facchinetti-Fogli mi mette ansia: la consapevolezza del loro non farcela mi agita perché poi, alla fine, mi dispiace per le perculate che gli fanno, hanno una carriera alle spalle notevolissima.
Questa è bella, questa cresce e piglia e coinvolge. Si mi piace. E mi piace anche il testo. Diodato e Roy Paci. Bravo, bravi. Bella bella bella.
Favino stasera fa proprio il suo mestiere, e sceglie di farlo con un monologo che in questa fase di campagna elettorale è una bella botta e cacchio se mi fa piacere. Dove sono i bancarielli di Salvini, le loro bandiere, lo ius soli non riconosciuto? “Andate a fanculo”, proprio come nel monologo. Le lacrime di Favino, che meraviglia di verità. Di dignità. “Se non c’è strada dentro il cuore degli altri, prima o poi si traccerà”. Fiorella Mannoia e Claudio Baglioni chiudono il cerchio di un piccolo momento di bellezza.
Non smettere mai di cercarmi ha il sapore di una promessa e, “per quando verrò a trovarti, in tutto quello che scrivi”, della promessa più bella.
Fabrizio Moro (con Ermal Meta) che fa “non mi avete fatto niente” mi sembra un po’ quei bambini che ti guardano e te lo dicono, così, con quella sfacciataggine di chi, invece, ha avuto molto più di niente ma non te lo vuole dire perché non si vuole arrendere. E allora non è un dispetto, è una difesa a oltranza, è un atto di resistenza.
Poi mi sono persa tra varie cose di qua, video per documentare cori e sbracamenti della sala stampa, parole da leggere, hanno pure finito di cantare (ah comunque Le Vibrazioni, il chitarrista, tanta roba…).
Pierfrancesco Favino, Edoardo Leo. La commistione? È giusto così, ed è giusto scherzarci su.
La Impacciatore che sembra Maria Antonietta? E Favino che va sotto la gonna? E lei che cade a culo a terra? Che canzone intelligente!


Poi capita che ci siano corse, servizi da chiudere, valige da ricomporre, taxi da prendere, treni da rincorrere, respiri da rifiatare che poi si riparte. Capita che nel frattempo passino davanti ai tuoi occhi personaggi e vincitori, quelli che normalmente albergano al di là del tubo catodico, quelli che guardi da sotto il plaid e ti fanno volare pensieri e immaginazione.
Cosa è stato questo Sanremo 2018? “Ti sei divertita? Avrai fatto una bella esperienza, avrai visto cose…”. Non lo so ancora cosa è stato: nel frattempo, mumble rumble…

Stop.
See you.



sabato 10 febbraio 2018

Vademecum per il 68° Festival di Sanremo. Quarta serata. Commenti e inciuci.

Questa serata arriva al termine di una giornata che manco li cani, davvero. Pensavo che i 20 chilometri fortunelli di distanza dal B&B all’Ariston fossero stati la parte più pesante della settimana e, invece, il meglio doveva ancora venire. Ma jamm annanz.
Questa sera sono in sala stampa roof Ariston, come la prima sera, voterò per i cantanti in gara e osserverò il mondo composito che mi circonda.
C’è la finale dei giovani, i duetti dei big. Lampadine a intermittenza in apertura e il trio Baglioni-Favino-Hunziker in giacca di pelle a intonare una very rock Heidi. Via allo spettacolo con tanto di corpo di ballo di giovani in jeans e camicia, al passo zombie di Thrilleriana memoria.
Michelle è uno spettacolo, che abito, che meraviglia. E come sempre #perfortunafavinocè
Scusate, ma quando vedo Allevi mi viene #disadattatoèbello Capita anche a voi?
E su Andrea Scanzi, be’, potrei aprire un romanzo. Me lo guardo su La7 quando è ospite della Gruber a Otto e mezzo. Ammirevolissimo (che non esiste ma mi piace così).
Domanda: ma perché Leonardo Monteiro lo truccano così? Al di là di facili battute sul colorito, se proprio volete truccarlo potreste farlo senza trasformarlo in Grande Capo Trecciolina.
Oh la là! Ma avete visto il Favino? Ma gli dona pure l’argentato, e non gli fa neanche effetto domopak cuki gelo <3
Mirkoeilcane ha un pezzo impegnato, non lo scopro certo io. Qui piace molto. Inutile dire che ricorda il Faletti di Minchia signor tenente, come lui stesso ha detto. La canzone è tosta, un ossimoro titolo-testo che fa un po’ effetto pugno allo stomaco.
Ma ve lo devo dire quello che è accaduto qua appena è uscita la sorella farlocca di Belen? Dopo la farfallina, il fiorellino di pizzo vedo-e-ancora-vedo di Alice Caioli. Il commento sulla donzella è riservato e confidenziale.
Ultimo è carino, piace, sul web è famoso. Fa il tosto (scusate sono distratta: il chitarrista biondo dell’orchestra – Luca Colombo – lo amo troppo).
Giulia Casieri ha una voce bella davvero, tra le donne è quella che più mi piace (il testo non è un granché, ma a questo livello è una rarità).
Scusate ma Baglioni che giacca s’è mis? Nun s po’ guardà!
Mudimbi, il preferito della Collina, ci piace. Canzone simpatica, ritmata, bella presenza scenica, bella voce, si fa cantare e si, votiamolo.
Eva ha una bella voce, è bella lei, un po’ troppo scritta ‘nguollo e con un orecchino al naso di pessimo gusto, secondo me, ma non è male.
Il congiuntivo, come precedentemente detto, ha il mio amore in_condizionale, ops, incondizionato.
L’altro giorno Renzo Rubino è venuto in sala stampa, un ragazzo desideroso di parlare dopo tanta timidezza e chiusura. Ha raccontato che aveva pensato di abbandonare la musica, di fare altro. Ogni canzone che porta a Sanremo è una storia di vita, una cosa sviscerata con cicatrici annesse. Oggi hanno chiesto a Claudio Baglioni, in conferenza stampa, se per scrivere un testo importante, se per scrivere bene, qualcosa di memorabile, si debba soffrire, se debbano mostrare le cicatrici, i segni. Ecco, Renzo Rubino mi sembra uno che scriva cicatrici.
Ve l’ho già detto che adoro Favino, sì? È emerso abbastantemente?
Mo arriva Skin, vediamo se con Le Vibrazioni appicciano l’Ariston. Wow, io Skin la sento sulla pelle letteralmente, ‘ngopp a skin, pecun on skin. Che bella che è lei, eh.
MESSAGGIO PER MIO FRATELLO: questa di cui sopra te la canto mo che torno a casa.
Noemi e Paola Turci sono una scarica di adrenalina. Non smettere mai di cercarmi stasera è bellissima. “In ogni cosa che vivi”.
Uh… Vessicchione… #GniGni
A me l’inizio della canzone di Mario Biondi fa venire in mente “Chiare dolci fresche acque”. Stasera un po’ brasileira, un po’ bossanova (m par), un po’ non in italiano, è perfetta. Mariolone ce lo aveva confidato in sala stampa: questa canzone per lui non può essere fatta in inglese ma in italiana, in alternativa in portugheisc.
Annalisa ha una bella gonna coccodè. Lui ciuffo e giacca Elvis. Bella coppia. Belle voci però.
Comunque sto #GniGni spopola ormai.
Questi sono i miei preferiti: Lo Stato Sociale con Paolo Rossi e il Piccolo Coro Mariele Ventre dell’Antoniano. Già solo le t-shirt le voglio. Questa esibizione me la sono goduta e, anziché scrivere, le mani le ho usate per batterle e fare casino con loro. Quindi, se non li avete visti, non potete capire e vi siete persi una grande cosa.
Giannona mia bella, arriva toma toma e stev pur carenn. C’ha il po’ delle scarpe minimal. Lei è semplicemente fenomenale (scontato ma è accussì).
“Un lento, l’ultimo, oramai…”
Io la adoro, Gianna Nannini. In quel lento “lento”, con il volto nascosto tra le braccia di Baglioni, si è visto quello che non ci è stato dato vedere. Tutta la tenerezza e l’emozione di una donna che canta il rock perché ha il cuore troppo tenero.
Ma quel Favino? Bello di mamma sua!
Ora, la canzone di Max è per me da vittoria, e non lo nego dalla prima serata. Cos’altro avrà saputo creare con quella meraviglia di poesia?
Il bello della diretta! Poteva mancare l’errore tecnico? La canzone dei Decibel più la sento e più mi piace. Con Midge Ure ha un breathe diverso (non mi picchiate).
È stato difficile per Favino non ridere con la Vanoni (ribattezzata #lavecchia in sala stampa). Che vecchia, però! Che eleganza. Questa canzone la può cantare solo lei, e loro, e Preziosi. Amarsi, lasciarsi, amarsi. Perdonarsi. “Giorno per giorno, senza sapere… ma voglio vedere”. Applausi in sala stampa.
La botta di energia di Roy Paci ci vuole a quest’ora. (Ma Favino, lo vedete?). Mo va be’, mi piglia proprio e assai. Senza ritegno mi ritrovo a picchiettare mani anelli e ballare. Bello il crescendo di archi e fiati. Via! “Dice che torneremo a guardare il cielo…”.
Giusy Ferreri tiene la giacca di Facchinetti ‘nguollo. Qui mi scompiscio, perché “muoarii” lo hanno fatto dire alla Ferrei ma “ciuee” lo ha detto e, be’, qui è scattato un coro che rido ancora.
Vincitore Nuove Proposte. Qui si fa facile: gli Ultimo saranno il primo.
Questa versione de Il coraggio di ogni giorno di Enzo Avitabile e Peppe Servillo mi incuriosisce, perché i singoli mi piacciono e sono sicura che la loro somma sarà un gran bel numero. Ecco, la scelta di stasera concretizza quella nota di mediterraneo che sentivo e che ho provato, con parole atone, a rendere. Ma la voce di Daby Touré e l’armonia di voci e strumenti si mescola ed è bello, si è davvero bello. Sento questa canzone e viene voglia di dire “Io non mi sono mai sentito così vivo”.
Incursioni in sala: la Impacciatore, ah la Impacciatore!
Ermal Meta e Fabrizio Moro scelgono Simone Cristicchi per portare parole fatte di carne alla loro esibizione. Sono le parole che Antoine Leiris, giornalista radiofonicoi, ha scritto ai terroristi che al Bataclan hanno ucciso sua moglie. È il monologo “Non avrete il mio odio” e centra il bersaglio.
La Sciarelli prosegue la tradizione della narrazione distrutta delle canzoni di Baglioni. Al direttore piace prendersi in giro e star in scena, un po’ dissacrandosi.
Arisa sta vivendo una nuova adolescenza. E non è solo per l’apparecchio ai denti o le extension ai capelli, ma per una fragilità che mi sembra stia emergendo più che in passato. Va che la canzone sia più bella con la sua partecipazione.
Non sono riuscita a finire di scrivere “live”. Prometto di terminare il prima possibile!

SEE YOU SOON…

giovedì 8 febbraio 2018

Vademecum per il 68° Festival di Sanremo. Terza serata. Commenti e inciuci.

Eccoci qua, addivanati su riposanti sedute per poggiare le stanche terga e gustare la terza puntata del Festival. Premessa: sono arrivata sulle note finali dell’intro di Baglioni, in tempo per prendermi gli applausi tributati al fido direttore artistico (Claudiù, facimm a metà).
Capitolo New Proposals: ieri sera mi sono piaciuti tutti e quattro, oggi il mio pollice in su va a Mudimbi e Ultimo, Eva non male, Leonardo Monteiro out.
#perfortunafavinocè
Passato senza infamia e senza lode Caccamo, il mio plauso va a loro, il mio voto scelto: lo Stato Sociale. Va be’, qui in sala stampa è scattato il coro, la ballata, l’urlo, gli applausi. Lo Stato Sociale ci fa scatenare. Lo Stato Sociale m' piac assaje.
Virginia Raffaele prova a fare la Fiorello della terza serata, con stile diverso ma si, fa ride. Sisisi, superlativa. Povero Claudiuccio, perculato come pochi su quel palco là. AZZ però! Baglioni si smolla e scioglie per imitare la Raffaele #wowissimo
Poi arrivano i Negramaro, che finalmente si sono ritrovati e hanno ricominciato a fare bella musica, e cantano la mia canzone baglioniana preferita. Ma la fallano: nonono, Poster non si fa così. #aridateceposter
La Hunziker sta in modalità registrata: “Tu con chi duetterai venerdì?” (Qualcuno le dica che venerdì è domani sera). Risposta artista: (...). Replica Hunziker in loop: “Aaahhhhh, che bello!”.
Aria di casa: arrivano Avitabile e Servillo. La loro musica mi fa pensare ai ritmi di mare, alla tradizione dei napoletani che la musica la fanno che gli esce da dentro. Penso a Pino Daniele, a Eugenio Bennato, a quei napoletani che la musica è “Io no, io non mi sono mai sentito così vivo” (cit. canzone). E in certi luoghi da cui nasce questa musica davvero ci vuole “il coraggio di ogni giorno”. A me la cosa che mi fa tenerezza e stima è l’umiltà di Avitabile, un basso profilo impregnato di dignità.
Ridiamo con robottino Baglioni e #perfortunafavinocè
Arriva Max Gazzè: shhh… poesia.
Genti che vedete #Sanremo2018, cantano Facchinetti e Fogli: se dovete fare pipì, è questo il momento. #muoari Ora, Roby, dico a te. A te che in sala stampa preferivi non essere avvicinato troppo – che senza trucco s’ ver tutt cos: hai fatto una grande carriera, “Diuo dellue cittuà e duelle iummuensiutuà” non se lo scorderà mai nessuno finché campa. Ma lasciamo questo bel ricordo. Su.
Io ve lo dico con serena semplicità: a me sta storia della donna m’a rotto. L’approvazione nazional popolare della figura femminile ne è l’ennesimo svilimento. Io lo so che le cose bisogna pur dirle, amplificarle, farle sentire, ma non è una cosa così, un fiocchetto o una presidente di Camera de Deputati che cambia la storia. Che poi è la quotidianità che fa la differenza, i silenzi che resteranno tali.
MetaMoro – quasi una figura mitologica qui in sala stampa – sono sul palco con un titolo che mai come stasera ha un significato pieno. “Non mi avete fatto niente” nonostante polemiche sterili che cercavano, forse, solo una polemica sanremese che quest’anno stenta ad arrivare. E io negli occhi di Fabrizio Moro vedo quella cazzimma che lui ed Ermal hanno dovuto tenere serrata in questi due giorni. E niente, io sono per la loro riammissione – Eccola Ermelinda che canta!
Noemi ci regala un simpatico siparietto. Ahpperò.
MESSAGGIO ANTIPROMOZIONALE: ma sta storia dei Baci Perugina e le frasi di Emma, eh? Non basta già così? No, eh.
Scusate, ma per James Taylor vale la clausola di ieri di Sting? Ebbasta con questa autarchia italica! Fateli cantare accussì comm magnan! Poi, dopo, parla e canta come sa, e si sente.
Reprise Noemi. Messaggio per la Contessadimontescapezzo: se mi trovate un vestito come quello di Noemi le esco!
Questa Giorgia androgina ci piace assai. Lei è fantastica, e con James Taylor, insieme, statte proprio.
Emma D’Aquino che duetta con Baglioni è stata la sintesi della soddisfazione professionale: (ja, magnatevela un’emozione!). Perché, e che caspit, mica amma sul faticà! #questoèilgiornalismochecipiace #MaiMaiMaiMaiMaUnaGioiaOgniTantoDai
Io Danilo Rea e Gino Paoli non ve li posso commentare. E non perché mentre cantavano, no anzi, poetavano, stavo anche parlando e pensando etc etc. Io questi due qua, con Claudiuccio bello, non ve li posso dire perché è tipo “l’emozione non ha voce”, e anche se “fai finta di non lasciarmi mai” c’è sempre quel “cielo in una stanza” a dire…
Ora, dico, questo bel momento qua non lo potevate fare prima di Mariolone Biondi? Puvriell ad aspettare così… vero è che Mario non sfigura mai e stasera ha cantato molto bene, ma m’ par brutt proprio che abbia dovuto aspettare. Era solo impressione mia o quando cantava pareva che parlasse in inglese? Perché Biondi, quando canta, è inglese. E poi a un certo punto non ce li vedevate bene Fred Astaire e Ginger Rogers?
Va dato merito a Baglioni di non aver dimenticato nessuno, almeno fino a poco prima di farli piùomeno morire: Nino Frassica mi fa ridere assai, però potevano evitare la cosa del malore di Remigi (#checazzipaura). La battuta del 47 l’avete capita??? (Leggi la soluzione in fondo al post*).
“Sarà per te” di Nuti mi fa pensare a cose che non hanno niente a che fare con Sanremo, o forse anche sì, ma a discorsi su Sanremo, musica, autori, storie, vita, università, cose lontane che guarda un po’ tu se Claudia Pandolfi e Claudio Santamaria dovevano fare sta cosa qua. Ma bravi eh, bravi davvero.
Che dire della classifica? Queste erano le posizioni che si erano delineate martedì sera e, devo dire, mi ci ritrovo. Vediamo cosa emergerà sabato ma intanto, domani, attendiamo la vittoria tra le Nuove Proposte e i duetti.
Aridaje con la sigla (che poi la Hunziker se la sogna pure la notte – giuro, lo ha dichiarato stamattina in conferenza stampa. Mo capisco perché pensa a Tommasino…).
#popopopopopopopopopopopopo

Stop.
Fine terza serata.

*47= morto che parla. 


Mano nella mano

All’improvviso una mano afferra la mia nel tentativo di placare il panico e, mentre mi giro, vedo due occhi fermi e rassicuranti, dritti nei...