martedì 28 settembre 2021

Mano nella mano

All’improvviso una mano afferra la mia nel tentativo di placare il panico e, mentre mi giro, vedo due occhi fermi e rassicuranti, dritti nei miei che fermi, invece, non riuscivano proprio a stare.

È da domenica che penso a ripenso al volo che da Roma mi ha riportato a Basilea, sulla strada di “casa” verso Strasburgo. Da due anni mi capita di vivere i viaggi in aereo con un po’ di apprensione, ma poi normalmente tutto si scioglie come neve al sole qualche minuto dopo il decollo. Non è stato così il 26 settembre, a causa di una perturbazione inattesa in volo durata quaranta interminabili minuti. Viaggiavo sola, insieme a un centinaio di persone ma pur sempre sola con i miei pensieri e le mie ansie da volo. Che poi, in auto o dal sedile di un aereo, i piedi sono sempre lì puntati a spingere pedali invisibili.

Mi guardavo attorno: una hostess aveva captato la mia preoccupazione e, passando, si era rivolta a me con parole gentili, posando una mano delicata e forte sulla mia spalla. La sua mano. Ho puntato poi tutto sulla routine, attendendo il carrello degli snack consapevole che quello sarebbe stato il segno di un equilibrio certo. Ma quando ho provato a girarmi alla ricerca del carrello, ho visto che anche gli assistenti di volo erano seduti cercando con le mani di mantenersi saldamente ai loro sedili.

È in questo momento – mentre la mente faceva andata e ritorno tra mille e zero pensieri, quando cercavo attorno a me una mano da afferrare perché il bracciolo era ormai poca cosa – che una mano afferra la mia e la stringe.

Era da prima del 26 febbraio 2020 che una mano non mi afferrava senza che io pensassi al gel igienizzante. Quel giorno, che ricordo molto bene, ho comprato le prime due (e rare all’epoca) mascherine e il gel che mi avrebbero fatto compagnia nelle successive tre settimane di isolamento. Da quel momento il gel è diventato un punto fermo, un oggetto onnipresente, un gesto automatico. Quando poi, domenica stessa, ho ripensato a quel gesto mi sono resa conto che non avevo in alcun modo pensato di dover igienizzare le mani, un gesto che se prima del covid già era parte di me nei tragitti in tram e treno di tutti i giorni, da un anno e mezzo a questa parte è una vera necessità per arginare le paure da coronavirus. Quello che riflettendo mi ha colpito, in seconda battuta, è stato realizzare concretamente la distanza che si è creata in oltre diciotto mesi, uno iato umano e sociale che spesso è difficile colmare. A volte ma non domenica, quando la paura di qualcosa di totalmente ingestibile ha riportato alla luce la vera natura, tutta quella umanità messa sottovuoto che è tornata a respirare seppur da sotto la mascherina.

Quella mano che mi ha afferrato ha un nome, Silvana, e una vita di progetti e sogni piena dei suoi meravigliosi ventiquattro anni. La sua mano, che pochi istanti prima era tra le mani del suo fidanzato Nunzio, non ha esitato a venire verso di me, non ci sono state barriere igienizzanti e timori di contaminazione a bloccarla: una mano nella mano di Nunzio e l’altra ad afferrare la mia, una catena umana di sostegno. E non che il panico non circolasse attorno: nel dare serenità a me ci siamo trovati, poi, a darcela reciprocamente.

Silvana e Nunzio hanno due nomi tradizionali, nel sentirli ho pensato che sono nomi che sanno di buono, di semplicità e operosità, come i frammenti di vita che mi hanno condiviso mentre esorcizzavamo il tempo e la paura. Perché quelle mani che domenica mi hanno salvata sono mani che studiano e faticano quotidianamente per costruire un futuro dignitoso.

Quando siamo scesi dall’aereo io e Silvana avremmo voluto inginocchiarci e baciare il suolo su cui abbiamo poggiato i piedi, ma in territorio svizzero questo gesto avrebbe potuto scatenare un TSO. Abbiamo chiacchierato lungamente, perché anche se non ci conoscevamo avevamo condiviso un gesto forte. Poco prima di andare, mascherina sempre in volto ci siamo salutati in modo goffo, un abbraccio ascellare di cui sono diventata esperta. E mentre le mani si allontanavano ho affidato tutta la mia gratitudine agli occhi, gli unici in grado di esprimersi a distanza.

mercoledì 8 settembre 2021

“Il tempo non torna più"

Stavo parlando con un’amica, in quel modo strano del parlare che sono gli audiomessaggi di whastapp, e le dicevo che il tempo non torna più, e mentre lo dicevo ho iniziato a sentire la musica salire e la voce di Fiorella Mannoia farsi spazio. Quando ero bambina ed era domenica e restavo a casa ricordo mia madre girare per casa a fare le pulizie cantando. La radiolona accesa, la manopola della radio su cui c’era scritto “tuner” per cambiare le stazioni radiofoniche alla ricerca di una canzone conosciuta e amata. Il giro della manopola era a tratti compulsivo, lo era quando a girare ero io, ma ricordo che anche dall’altra stanza mamma riconosceva la voce di Fiorella e allora non si poteva andare oltre. Mi piaceva quella voce, alcune sue canzoni ho iniziato a cantarle quando andavo alle elementari, anche se forse non le capivo fino in fondo.

Il 26 Luglio 2002 avevo vent’anni ed ero per la prima volta allo Stadio San Paolo di Napoli, nella mitica Curva B, per uno dei più bei concerti a cui abbia assistito: Francesco De Gregori, Pino Daniele, Ron e Fiorella Mannoia quell’estate erano in tour attraverso l’Italia. Per la prima volta ascoltavo dal vivo la voce che aveva accompagnato le mie domeniche casalinghe di bambina. Quella serata la ricordo da prima che iniziasse, sento anche ora l’adrenalina mia e di chi era con me “nel prima”, la malinconica emozione della fine del concerto. Quella sera ho ascoltato per la prima volta “Joe Temerario” di Ron. Quando ci ripenso mi rendo conto che di quella serata resta come un’eco che di tanto in tanto riecheggia attraverso la musica, in quella memoria delle emozioni che sta lì silenziosa e raggomitolata su se stessa per riemergere e dipanarsi all’improvviso.

“Il tempo non torna più” canta Fiorella Mannoia attraverso le parole scritte da Piero Fabrizi ed Enrico Ruggeri, e mentre ci pensavo ho aperto il computer e sono andata a cercare in quel mare magnum di archivio della malinconia che sa (anche) essere “l’internet” (cit. Core). Ho trovato il testo e prima me lo sono cantato con il quartetto, degna di un concerto live dalla Curva di casa mia a Straburgo e poi sono andata a rileggerlo con attenzione. Allora ho ripensato alla chiacchierata con la mia amica su whatsapp, in quel luogo non luogo che è una App, in cui lo spazio non c’è e il tempo si rincorre, e mi sono accorta che quelle parole scritte nel 1988 erano cantate dalla me di sei anni per trovare un senso pieno soltanto nella me “grande”, nella persona adulta che il tempo mi ha fatto diventare. Forse una canzone è un po’ una macchina del tempo.

 

Spesso le nostre giornate si complicano

Mentre le perplessità rimangono qui

E ci si sposta lontano

In un orizzonte più strano

E i conti già fatti non tornano mai

No, il tempo non torna più

E ieri non eri tu, oggi chi sei?

Cos'è che cambia la vita in noi

E quello che adesso hai

Domani non lo vorrai

Spesso le nostre coscienze ci mormorano

Frasi che poi nascondiamo dentro di noi

E ci sentiamo colpiti per come veniamo cambiati

Parole nascoste non escono mai

No, il tempo non torna più

E forse rimani tu, con quello che hai

Cos'è che grida nascosto in noi

Stanotte non dormirai

Ma non capirai

No, il tempo non torna più

E ieri non eri tu, oggi chi sei?

Credi il tempo non torna più

No, il tempo non torna più

Vedi, il tempo non torna più

No, il tempo non torna più

venerdì 16 luglio 2021

Campo degli angeli

Al Cimitero comunale di Salerno c’è un settore che si chiama “Campo degli angeli”, ed è da lì che comincio ogni volta il mio cammino tra le storie che vi sono custodite. Penso di avere avuto poco più di dieci anni la prima volta che mi ci sono recata, ero con mia nonna Vincenza e andavo a trovare mio nonno materno, suo marito, e una figlia della cui esistenza solo in quel momento, davanti alla foto incastonata nel marmo, venivo a conoscenza fino in fondo. Quella bambina addormentatasi all’età di undici mesi per non svegliarsi più è la spina nella carne che si è infilata sottopelle, restando lì a infiammare con ondate di dolore, per ricordarmi della sua esistenza. Più passava il tempo, più crescevo, più vedevo in quella foto una sorella minore, una zia rimasta bambina, una figlia mancata troppo presto. Mentre il tempo camminava lasciando segni di nuove consapevolezze, in quella foto di bimba si condensava il dolore più grande della vita, e io che intanto aggiungevo tempo su tempo al computo dei miei anni, cercavo di capire come si potesse sopravvivere a una figlia.

In quel Campo degli angeli ci sono tanti bambini, e dopo molti anni ancora mi si smorza il fiato mentre passo tra lapidi che hanno più dei miei anni, issate quando io non ero neanche un pensiero pensato. Pezzi di pietra che sono stati eretti mentre c’era il boom economico, il Sessantotto, gli anni di piombo. Alcuni di quei visi negli anni mi sono diventati familiari: erano già lì quando a mio nonno si sono aggiunti mia nonna e poi mio zio, suo figlio, come se li avessero accolti.

Tra i viali li guardo, lo faccio con tutti i volti che vedo affacciarsi di fianco a me, e non posso fare a meno di pensare a tutte le storie che sono racchiuse dietro quelle foto. Ad esempio, penso a quando andavano dal panettiere o in spiaggia, quando si preparavano per una festa o per il loro compleanno, quando andavano dal parrucchiere o facevano una passeggiata con un amico. Penso a una vita in movimento che stona con quel luogo, dove la quiete e il cinguettio degli uccelli e l’odore intenso di fiori sono un tutt’uno indescrivibile ma chiaro e lampante per chi ha varcato almeno una volta quel cancello, per camminare tra le tombe.

Ogni tanto mi fermo davanti a queste foto, faccio il calcolo degli anni, e a volte vedo volti giovani di persone andate via in età anziana ma che hanno scelto di affidare l’imperituro ricordo a un aspetto giovanile, come se la morte si importasse di quante rughe ci fossero sui volti che ha accarezzato.


Ho sempre la sensazione di un nodo in gola, anche per quelle storie che in fin dei conti non mi appartengono, perché penso che ciascuna delle persone che ha affidato alla terra la custodia del proprio corpo meriti di aver avuto qualcuno che ne abbia rimpianto la vita almeno per un attimo. Ci pensano poi il vento, la pioggia, la salsedine, lo scorrere del tempo a lasciare un segno del proprio passaggio anche sulla pietra. Ed è proprio a quelle pietre solcate dal tempo che guardo con maggiore tenerezza, pietre che forse non hanno più mani calde che possano custodirle, accarezzarle, ricordarne il motivo. Nel mio recente passaggio gli occhi si sono soffermati su ciò che resta di una delle lapidi del Campo, non c’è foto né nome, resta solo un angelo di pietra: l’ultimo custode di un tempo, forse, troppo lontano per essere ricordato.

giovedì 4 marzo 2021

Dimmi una foto #2

Sono un po’ di giorni che penso al tempo, al suo scorrere inesorabile nonostante tutto. O meglio: al tempo che passa alla velocità di sempre, senza sosta o rallentamenti, mentre tutto intorno accade. Ci ho pensato senza particolari dietrologie filosofiche o partendo da grandi dissertazioni tra me e me, ma semplicemente notando che il 30 marzo sarà il mio compleanno e a me non sembra che questo anno sia passato.
La gentile premura di Viviana

Il 27 febbraio di un anno fa ho iniziato la lunga parentesi di home office o smart working che dir si voglia e da allora, a parte periodi relativamente brevi, ho sempre lavorato da casa. Sinceramente preferisco lavorare da casa perché, in caso contrario, dovrei prendere un tram e un treno per recarmi a lavoro e da quando c’è il covid preferisco evitare i mezzi pubblici. E così quest’anno è andato avanti, un giorno dietro l’altro, con la primavera di un anno fa che faceva capolino e illuminava tutto (in un modo impressionante qui in Alsazia), con l’estate che ci faceva tirare un gran respiro prima di ricadere in una bolla autunnale e in una impasse invernale. Pochi giorni fa mentre guardavo il calendario e realizzavo che i primi due mesi dell’anno ce li siamo messi alle spalle, parlando tra me e me mi son detta: “quest’anno compio 38 anni”. E invece no. Con sommo stupore e non poca meraviglia mi sono ricordata che siamo nel 2021 e che io, nata nel magico anno dei Mondiali del 1982, sto per compiere 39 anni. Ora non è l’età il problema, non ho alcuna angoscia nel constatare che gli “ENT” stanno volgendo al termine e che, a Dio piacendo, potrei rincontrarli solo allo scoccare di un secolo di girovagare su questa terra. Il fatto è che io il mio 38esimo anno di vita non riesco a visionarlo davanti ai miei occhi, e questo non perché il 2020 non abbia saputo regalare anche delle gioie alla mia vita. 

La meraviglia, il mare, la Costiera da Alfonso

Se torno indietro con lo sguardo a quello che ho fatto vedo un alternarsi di giorni a blocchi, perché molte delle giornate vissute sono state uguali tra di loro e con pochi accenti di singolarità, come dei pacchi da archiviare tutti insieme. Sono stati comunque 365+1 giorno, addirittura uno in più, ma io “non ho detto a nessuno” la mia età. Fateci caso: quando incontrate qualcuno per la prima volta, quando rincontrate qualcuno dopo tanto tempo, quando fate il punto della situazione su qualcosa e ci mettete l’età di mezzo, in qualche modo realizzate la vostra età, dite e ridite a voi stessi e agli altri gli anni della vostra vita, e io quest’anno non ho detto a nessuno quanti anni ho. È per questo che non mi sembra di aver mai compiuto 38 anni, perché non c’è stata una situazione, una persona, un momento, a cui io abbia potuto dirlo, palesarlo, realizzarlo. Mentre scrivo vedo su Facebook che nella mia città di origine l’annuale Fiera del Crocifisso, che ogni anno ha luogo a Salerno i venerdì di marzo, è stata giustamente rimandata. E anche qui, non è il non poter andare alla Fiera il punto, ma il profondo senso del procrastinare che da un anno ci portiamo dentro e che caratterizza il fuori. Penso che sia pieno il mondo di progetti pensati, forse annotati da qualche parte, fermi su un blocco o tra pensieri nebulosi. Rimandare a data da destinarsi è qualcosa che dopo un anno inizia a pesare. 

Roberta mi ricorda che non tutto ciò che sembra è

E lo dico con cognizione di causa e con un profondo senso di Com-Passione verso quanti si sono ammalati, verso quanti non ci sono più, verso chi ha perso una persona amata, di covid o no, verso chi si prende cura degli altri che siano sanitari, volontari, semplici persone che ancora sanno che esiste la pratica del bene comune. Quel bene comune che passa, innanzitutto, attraverso la profonda coscienza di vivere rispettando le barriere che ora ci sono necessarie. Una volta c’erano le barriere dell’indifferenza, ora dopo i balconi e le spiagge e gli aperitivi vedo barriere di indifferenza infrangere barriere di contenimento, spostando sempre più in là il momento in cui ci riapproprieremo del nostro tempo. 


Mia cugina Alessandra legge tra e oltre
Ci sono però, grazie a Dio e al buon cuore di tanti che ancora sanno essere umani, persone in grado di prendersi cura dell’altro nella semplicità di gesti quotidiani, che non hanno le luci della ribalta ma il lavorio del dietro le quinte. Sono figlia di un infermiere e di una casalinga tutto fare e sono abituata a guardare alle cose semplici. Io, ad esempio, sono profondamente coccolata da quanti hanno accolto l’invito a inviarmi scatti di vita da condividere nel luogo di questa virtuale quotidianità. Nelle immagini che mi stanno arrivando, con o senza parole per spiegare quel particolare frangente ripreso, c’è una mano tesa lunga tantimila chilometri che mi stropiccia i ricci e mi cinge in un abbraccio silenzioso: di bellezza, nonostante tutto, è pieno il mondo.


La mia settimana è iniziata con il rumore del mare dono di Francesca

martedì 23 febbraio 2021

Dimmi una foto #1

È iniziata per caso. Ero lì a girare tra i social, a fare uno dei pochi viaggi concessoci da circa un anno, a guardare tra foto larghe, particolari stretti, immagini sfocate, stati d’animo messi a fuoco, paesaggi di varia natura, e ho iniziato a pensare tra me e me “ah se l’avessi scattata io… ah, se fossi stata io lì”.

Perché un po’ la cosa è questa: andare. E, in questo, sapere di non poterlo fare o, forse, è meglio dire sapere di non doverlo fare. I confini non sono chiusi e, in fin dei conti, potrei fare il tampone (gratis, in Francia), prendere l’aereo e andare a Salerno, ma sinceramente non mi va. 

Il tramonto di Assunta
"Magari questa foto ti riempie i polmoni"
I motivi sono facilmente comprensibili, probabilmente non condivisibili, ma io questa storia della pandemia l’ho vissuta dal primo giorno e anche da prima (ho iniziato a seguire la situazione cinese a gennaio 2020) con una coscienza forte e con una certa radicalità nei confronti di scelte di prevenzione del peggio. Perché da italiana so bene che siamo storicamente il Paese del giorno dopo e, francamente, questa definizione mi sta stretta, sta stretta al mio modus essendi


Il mare di Natalia
In questo contesto pesante, perché dopo un anno la pesantezza è evidente, ho deciso di iniziare a guardare oltre e, in attesa che spazio e tempo coincidano, guardare a quei luoghi tanto desiderati. 
Ed è così che ho iniziato: rubando (con permesso) le foto dei miei amici sui social per ricondividere scatti di bellezza. 

In primis il mare, l’elemento che più mi manca di Salerno. E così via, fino a quando ho palesato questo atto di mariuolaggine (rubare, ndr): da quel momento ho iniziato a ricevere foto su foto e, con queste, messaggi e affetto e tanta di quella bellezza che mi si è alleggerito l’affanno e riempito il cuore. 

La buonanotte di mamma
Ho quindi deciso di condividere le foto che mi sono state inviate, un poco alla volta e in diversi post che pubblicherò nel corso dei giorni, affidando alle immagini le parole di chi mi ha pensato, di chi ha condiviso con me un momento o uno stato d’animo e, in alcuni casi, aggiungendo le parole che mi sono state scritte. Mi sono arrivate un po’ di foto da Salerno ma sarebbe bello ricevere foto da ogni dove, in Italia e non solo: di bellezza, nonostante tutto, è pieno il mondo. 


venerdì 12 febbraio 2021

Piccoli fiocchi di neve

È stata una settimana impegnativa, della serie che meno male che c’è la Maratona Mentana o ci sarebbe da farsi capa e mura senza ammortizzatori. Mentre osservo il variopinto panorama italiano dall’oblò della multimedialità, a Strasburgo ci stiamo deliziando da un po’ di giorni con la seconda ondata di freddo, quello serio, quello che durante le notti in cui non riesco a dormire controllo meteo e gradi a intervalli regolari di pipì. 

Che poi, abitando a un piano alto leggermente mansardato capita che la neve, una volta posatasi su tetto e finestre, ogni tanto si lasci romanticamente scivolare fino ad atterrare con un rumore sordo sul marciapiede. Stamattina, però, questo non è successo. Il tetto del palazzo di fronte si è chiazzato di bianco ma le mie finestre no. La neve si è posata come polline su vetro: i cristalli di neve si sono poggiati uno a uno, singolarmente, penso di non averli mai visti così. 

Questa immagine semplice mi ha fatto tornare alla mente un cartone animato che si chiama “Piccoli fiocchi di neve” e che mi piaceva molto. Così questa mattina, nel silenzio di casa, mentre il pc iniziava a caricarsi e una nuova giornata di lavoro stava per partire, per trenta secondi mi sono messa con la faccia vicino al vetro della finestra a osservare quei piccoli fiocchi di neve, mentre il ricordo del profumo della colazione e di mamma in cucina faceva capolino nella memoria di me bambina.



martedì 26 gennaio 2021

a-Dio

Ci sono giorni in cui andare a dormire è una sorta di liberazione, perché la testa è talmente dolorante da non riuscire a stare in equilibrio sul collo. Sono quei giorni in cui gli occhi si annebbiano e fanno fatica a restare aperti perché sono inondati dalla vita che gli scorre dentro, dietro le palpebre.

Ci sono giorni in cui le immagini rapprese sulla retina sono quei particolari che, non meno importanti del quadro d’insieme, riescono a renderti la totalità.

Ci sono lontananze che soffocano per la troppa aria che c’è in mezzo, per quelle braccia che provi ad allungare per afferrare mani che ti sfuggono e che non fai in tempo a chiudere tra le tue.

Ci sono mani che restano nella mente e nel cuore, sulla pelle che hanno toccato, su quel corpo che hanno sanato, curato, accompagnato, riabilitato alla vita.

Queste mani sono la porta di accesso ai ricordi che, mai dimenticati, sono tornati in tutta la loro forza tutti insieme, scatenando lo tsunami che ha inondato ogni cosa.

Ci sono notizie che non vorresti mai ricevere e che invece arrivano, mentre sei un po’ in pigiama e un po’ in giacca e camicia, in una riunione di lavoro tipica di questi tempi atipici. Sono notizie che scolorano il viso e tagliano la voce, notizie che si rincorrono lungo l’invisibile filo del telefono e degli affetti che provano a raggiungere tutti i pezzi coinvolti.

E se non fosse per la notizia in sé sarebbe da commuoversi per la condivisione del dolore, se non fosse il dolore stesso a farla da protagonista su tutto. Un dolore sordo difficile da tacere, persistente come un fischio nell’orecchio, fisso e fastidioso. È quello il momento in cui gli occhi cedono, la testa si stringe fino a comprimersi, il volto muta espressione.

In questo tempo che si fa beffe della normalità diventa impossibile anche dirsi “a-Dio”, che quello già è difficile di suo, immaginarsi nel tempo di una pandemia mondiale. Allora ti fai forte del bagaglio di vita vissuta e provi a viaggiare nel tempo in mancanza di spazi da percorrere, ed è dura perché ciò che c’è stato è stato bello, ciò che si è vissuto è stato vero, ciò che si è condiviso è stato autentico. E quanto più tutto ciò si concretizza nella memoria, tanto più caro è il biglietto da pagare per questo strano viaggio.

Nel corso della notte, dall’altra parte del mondo mi è stata inviata una foto di un tramonto sereno, con quel rosso di sera che annunciava una giornata di sole. Nella parte opposta di quel mondo il sole ha mantenuto la sua promessa e ha fatto capolino, tacendo il grigiore. Da questa terra di mezzo in cui mi trovo ho accompagnato il sole nel suo viaggio, dall’alba allo zenit, passando per l’ora della misericordia fino al suo lento spegnersi, per giungere al tramonto. 

Soltanto verso sera, a 1300 chilometri dal punto in cui il sole si appoggia sul mare, alcune nubi hanno fatto capolino qui, attorno alla luna. In quel momento ho capito che guardare al cielo è necessario, che quel luogo lontano che si staglia immenso sulla testa dolorante è il luogo a cui volgere gli occhi e tendere le braccia. E anche se è difficile anche solo da pronunciare, è guardando al cielo che parole mute potranno imparare a dire “a-Dio”, in attesa di afferrare mani che ti sfuggono e che si potranno ancora, un giorno, chiudere tra le tue.

venerdì 15 gennaio 2021

Alle 2 di notte tra un venerdì e un sabato a Strasburgo

Ho un momento di placido vuoto, di tempo rallentato che non preme su nessuna scadenza a breve termine. Sarò che sono le 2 di notte e ancora non dormo e quindi sì, il computer è già acceso e approfitto per riempire un foglio di parole.

Perché sveglia a quest’ora? Perché il venerdì c’è Propaganda Live su La7 e prima di un certo orario non si va a dormire (fatta eccezione per quando crollo a uso terza età sul divano, sotto due strati di ogni tipo di coperta).

Perché sveglia a quest’ora? Perché stasera ho ascoltato per la prima volta Night Call di Chicco Giuliani su RadioDeejay, e di dormire ora non se ne parla per niente.

Allora apro le foto degli ultimi giorni raccolte sul cellulare, tutte, quelle scattate e quelle ricevute, e scorgo un tappeto di neve in cui a fasi alternate si fanno spazio la foto di Francesco De Gregori e il video in cui canta con Antonello Venditti, che mia madre molto amorevolmente mi ha fatto e inviato mentre non ero davanti alla tv; le pizze di maccheroni fatte da mia zia Anna; i panni della mia cucina appesi vicino al vetro in bella vista; i croissant francesi preparati da mia cugina Antonia; mia sorella che si spara le pose; un pacco di farina ai 7 cereali (proposto da mia cugina di cui sopra a mia madre); il mio alberello di Natale nel suo ultimo giorno di gloria in queste festività 2020-2021; un set per pasta e formaggino proposto da mia cugina Rossella (ma il primato storicamente lo detiene mia zia Anna e tutti sappiamo il perché!); i bignè al cioccolato preparati da mia zia Anna (si, ancora lei).

Se fosse stato lo scorso weekend ci sarebbero state anche le nove pizze preparate da mia zia Silvana, che tiene una capa fresca come poche ed è indiscutibilmente la regina del “liev tutt cos’ il 6 gennaio che l’Epifania tutte le feste si porta via”. Giuro, non eravamo ancora alla colazione del 6 gennaio che a casa loro già non c’era più traccia delle feste.

Su tutto questo scorrere di immagini campeggia la neve, tanta, come mai ne avevo vista qui a Strasburgo da quando mi ci sono trasferita, quasi tre anni fa. Ed è bella, di un bianco luminoso che in queste sere a notte fonda in cucina non sembrava notte davvero. La neve che tutto copre e addolcisce spigoli e riempie vuoti, finché il tempo regge e la temperatura è perfetta. Ma non ci devi camminare se non con scarpe adatte, o si rischia di fare come me giovedì pomeriggio, che camminavo guardinga per evitare di cadere a chiappe a terra, non fosse altro che quello il quadro già è bello e la struttura si tiene su con lo scotch.  


Poi però capita come oggi pomeriggio, che la neve inizia a sciogliersi e il tetto di fronte torna a farsi vedere nel suo colore naturale, la neve per strada diventa ghiaccio sporco semi sciolto, la luce si abbassa, la notte torna al suo posto. 
“What am I here for” suona su Spotify, e in effetti la domanda è lecita, soprattutto a quest’ora. Sinceramente non lo so, ma sarà l’ora, sarà il silenzio rotto dal mio inconfondibile stile con cui zappo sulla tastiera del pc, sarà per la musica, sarà per questo flusso di poco conto che è fuoriuscito dalle mie mani, ma in questo piccolo istante del qui e ora di Strasburgo alle 2.37 della notte va tutto bene.  


mercoledì 11 novembre 2020

Per dieci minuti: un anno e mezzo dopo


Il 29 maggio 2019 avevo messo nero su bianco il mumble mumble che mi aveva fatto compagnia durante e dopo la lettura del libro “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale. Per qualche ragione queste parole erano rimaste in una cartella del mio computer ma da qualche giorno sono tornate in mente e, sinceramente, non ricordavo bene cosa avessi scritto. 


Così stasera, mentre la Bignardi metteva fine all’Assedio sul 9, mi sono messa a spulciare tra le cartelle alla ricerca degli appunti di una vita “AC, Ante Covid” – come commentava stasera mia cugina Rossella in una lunga e interessante video chiacchierata. Appunti di vita un anno dopo il mio arrivo a Strasburgo e un anno prima della riapertura della prima ondata da coronavirus, che a pensarci mi sembra tutto ben più lontano nel tempo.

Mentre leggevo le mie parole di diciotto mesi fa ho pensato che oggi questi brevi dieci minuti non saprei come impiegarli nel fare qualcosa di non fatto, perché in questo tempo rallentato, ma anche fermo, dieci minuti di novità io sinceramente non riesco a trovare come impiegarli. Allora ho pensato che quei dieci minuti oggi sono necessari, per me, per cercare di trovare un angolo di tranquillità, un tempo di distacco da quanto sta accadendo per non restarne paralizzati. Un libro, un film, la musica, un quaderno su cui appuntare i pensieri, parlare con qualcuno, ascoltare il silenzio.  

Poi però rileggo le parole del 29 maggio 2019 e mi faccio la stessa domanda della protagonista:

“E poi? …Alla fine cosa si vince? Riavrò indietro la mia vita?


29 maggio 2019

Dieci minuti al giorno per levare le paranoie di torno. Dieci minuti al giorno per decostruire palizzate di certezze andate a male, su cui si inerpica quella muffa che rende tutto molle e destinato a deteriorarsi. “Per dieci minuti”, di Chiara Gamberale edito da Feltrinelli, è uno dei regali che ho trovato sotto l’albero dello scorso Natale: un libro con dedica, meditato, con una sua ragione d’essere nelle intenzioni dell’autrice e di chi lo ha scelto per me. Una storia romanzata con un fondo di verità, nata dall’esperienza della Gamberale che, per un mese, ha sperimentato in prima persona l’arte dei “dieci minuti” dedicati ogni giorno a fare qualcosa che non si è mai fatta e che mai si penserebbe di fare. Dieci minuti di lotta per l’indipendenza di quell’io profondo sepolto sotto strati di abitudini e personalità modellata da anni di attività umana e relazioni interpersonali.


Della Gamberale avevo letto un solo libro, “La zona cieca” (Feltrinelli), che mi aveva innervosita per tutto il tempo per l’atteggiamento della protagonista – Lidia – e per il senso di fallimento e di bruttezza che possono esserci nelle relazioni sentimentali e nella percezione della propria dignità dinanzi a un amore – quello per Lorenzo – che diventa brutto, brutto davvero. Ho letto con grande curiosità e con un piccolo senso di sfida “Per dieci minuti”, avevo bisogno di far riprendere la me lettrice e di farla riconciliare con la bella scrittura della Gamberale, che costruisce mondi in cui l’identificazione è questione di pochi secondi per quanto tutto appaia vivido.

«Scrivere — ha raccontato l’autrice in un’intervista al Corriere — è l’unico rimedio che ho trovato per sopportare l’esistenza. Una vocazione autentica… Da bambina complicata, l’unica forma di appagamento e pace era ascoltare storie. Poi ho imparato a leggere... Scrivere è sempre stato il mio modo di stare al mondo. Di resistere all’esistenza: di capirla».

Nel mentre e dopo aver terminato la lettura, ho cominciato a interrogarmi su questa storia esperienziale, sulle manie, sulle abitudini, su quelle piccole certezze che se da un lato ci aiutano nel caos quotidiano, d’altro canto possono rivelarsi delle gabbie dorate in cui ci confortiamo, senza andare al di là, senza scrutare oltre il limite che ci siamo precostituiti, con molteplici “senza” e nessun “con”.

I miei primi “dieci minuti” sono iniziati un sabato sera di metà gennaio in un locale di Strasburgo, a tarda serata, con una venezuelana e una spagnola come elementi di disturbo della mia normalità che, con estrema semplicità, hanno alzato il mio sguardo oltre un orizzonte certo. Un esercizio di piccoli passi messi uno dopo l’altro per modificare l’andatura e, se dovesse andare bene, la direzione. Una nuova chiacchierata, uscire prima da lavoro e pranzare fuori con una collega, mangiare libanese per la prima volta (e scoprire di amarlo profondamente), andare al cinema e vedere per la prima volta un film in lingua originale con sottotitoli in una lingua che non è la tua…

Il percorso di Chiara, la protagonista del libro, non è per nulla semplice e porta al cambiamento, a quelle conseguenze da cui non è possibile tornare indietro. Come la sforbiciata dei ricci capelli di Ato, la decisione di adottare, la scelta di cambiare casa. Una complessità che diventa tale nelle sue propaggini e che, invece, nasce da una cosa semplice, da una proposta:      

“Le va di fare un gioco? Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto”

“E poi? …Alla fine cosa si vince? Riavrò indietro la mia vita?”

“Ne riparliamo fra un mese… Intanto giochi, si impegni e non bari, mi raccomando”

“Non avevo niente da perdere… è diventata la mia occasione per provarci”.

 

 

lunedì 14 ottobre 2019

L'impermeabile giallo

Capita che in un giorno di quasi autunno ci si ritrovi a girare per le strade della città in cui vivi, quella della tua quotidianità, una città che inizi davvero a sentire tua anche se non lo è da sempre, una città che inizi ad amare anche se non è stata il primo amore perché il tuo sangue profuma di salsedine e qui con l’Ill sei tutt’al più parente del fiume Reno.

Ecco, in una giornata così, con qualche nuvola tutto attorno e un dolore dentro, capita che faccia capolino da una stradina del centro una ragazza sconosciuta con una giacca gialla, di quelle impermeabili, con i bottoni di plastica ben evidenti. Tipo quelle che portavamo da bambini o, meglio ancora, tipo la giacca gialla che mio zio Mimmo indossava allo stadio Arechi a Salerno quando pioveva, quando si andava a vedere tutti insieme la Salernitana: la stessa giacca impermeabile che indossava in quel Salernitana-Venezia in cui ci inzuppammo talmente di acqua che Mimmo ogni tanto svuotava le sue tasche mentre mio padre e io diventavamo spugne (e quell’anno a Natale, a Bolzano, pagammo cara quella pioggia!).
Quella ragazza con la giacca gialla è stata la prima di una lunga persecuzione che da un mese mi accompagna per le vie di Strasburgo. Ogni giacca apparsa all’improvviso nel mio campo visivo ha fatto cadere piccole squame, ogni goccia che scivolava lungo la plastica portava via grammi di anima appesantita. Ogni tocco di colore apparso nel suo fulgore sgargiante ha squarciato panorami grigi che si erano stagliati sul mio orizzonte.



Ho perso il conto delle giacche gialle che ho visto da quel giorno, probabilmente è la moda dell’anno e non me ne sono accorta. Fatto sta che Strasburgo è piena di impermeabili gialli e io, ogni volta che ne vedo uno, non posso fare a meno di sorridere.

domenica 8 settembre 2019

Domenica

Sarà che è domenica e che siamo sul filo del rasoio di una settimana che finisce e di una che inizia.
Sarà che ho messo il trapuntino delle mezze stagioni sul letto, quello che non mi fa sentire freddo ai piedi e che mi permette di dormire ancora col pantaloncino corto, se proprio ne sento l’esigenza, se proprio non ce la faccio ancora a capire che sta cambiando la stagione.
Sarà che fuori piove e dentro non lo so, ma qualcosa sta cambiando.
È nelle note di canzoni, tra le righe di parole che leggo, di testi che trascrivo, di cose dette in film e serie tv. È lì e si fa accostare piano piano, strusciando sul bordo della pelle come qualcosa quasi impercettibile, una piuma che ti sfiora e forse ti fa il solletico. 

Forse è nelle piante che ho trovato vive dopo due settimane di vita solitaria in casa, nel loro spirito di sopravvivenza da “piante del deserto” - come mi è stato detto da qualcuno prima di partire -, piante abituate all’aridità e a poca cura eppur capaci di sopravvivere, di vivere, di fiorire, di seccarsi e rifiorire.
Forse è nella loro forza e nella felpa che da qualche giorno indosso al risveglio per schermarmi dal freddo che sento, in gesti nuovi ma anche no. Forse è in parole autentiche arrivate da fonti inattese e da gocce di acqua sgorgate da più fonti.

Forse è nella malinconia della sera, nei ricordi che affiorano, nelle verità fasulle e nelle menzogne celate. Forse è in ciò che si credeva e che non era e in ciò che pur essendo non sembra più, perché il valore e i valori non sono merce di scambio da barattare a buon mercato.
Forse sarà che è saltata la diretta della partita di calcio e sono rimasta sola davanti a uno schermo improvvisamente scuro, vuoto di immagini e di senso.
Forse è l’ingranaggio di una routine saltata, interrotta, che lascia tempo in abbondanza.
Forse è stato o forse no, avrebbe potuto ma anche no, sarebbe ma non è.
Forse sarà, ma questo non lo so, non ancora. Forse lo dirà la nuova stagione.

lunedì 5 agosto 2019

La legge di Lavoisier

Un anno fa era domenica sera e c'era lo sport d'estate, le prime amichevoli di calcio, il tuo Milan che in questo ultimo campionato ho osservato pensando sempre a cosa avresti detto.
Un anno fa sarebbe stata la tua ultima sera, la tua ultima cena (che poi, non è che tu cenassi la sera, tutt'al più un po' di frutta).
L'ultima volta che avresti preso il pullman, o il passaggio di un amico (io ero già a Strasburgo e non potevo litigare con te per riaccompagnarti a casa). 
L'ultima volta che avresti infilato e girato le chiavi nella toppa, fatto scattare la serratura, tolte le scarpe, scrollata di dosso la fatica di una intera e calda giornata d'agosto, la fatica.
L'ultima volta che il tuo telefono avrebbe squillato, inviato suoni e messaggi, parole, risate, sfottò, sentimenti. 
È un anno che è passato da quella sera e ricordo bene quello che facevo io, un anno fa, domenica 5 agosto, quando i timori per altro erano ancora vivi e la tua vita ancora lì a farci compagnia. Mentre leggevo, prima di addormentarmi, prima di spegnere la luce.
Ricordo tutto di quella domenica sera e di un risveglio faticoso, come ogni lunedì. E mentre la sveglia suonava e automaticamente muovevo i miei passi, i tuoi si erano appena fermati: il cuore aveva rallentato, trovandoti troppo assorto nel tuo corpo stanco e nei tuoi pensieri bisognosi di riposo per farti rendere conto che la fatica ti stava lasciando, che l'affanno e gli affanni stavano finendo.
Non per noi, che ognuno nel luogo della propria vita siamo stati attaccati dalla tua notizia che ha squarciato l'alba e il silenzio. Troppo giovane, troppo presto, troppo amato.
Io aprivo la porta per uscire e andare a lavoro e tu uscivi dalla porta della tua vita, sornione come il sorriso con cui ci hai accolto, con cui ci hai salutato. 
Tengo per me il sentire, è uno scrigno di sentimenti troppo prezioso da serbare gelosamente, un luogo del cuore a cui tornare con la mente non per cadere preda di una malinconia paralizzante ma per ricordare, per tenere vivo il ricordo di una vita, la tua, condivisa e tante volte donata (ah, quelle trecce brioche!). Un luogo a cui tornare per ridere, perché delle tante cose che ricordo di te su tutte si erge l'ironia (e quel manifesto sotto casa per celebrare le esequie dell'Inter).
Qui è quando ero giovane alla mia laurea, con 10 anni e qualche chilo in meno!

Poi, però, ci penso ancora un po' e ti ricordo con gli occhi striati di verde - i tuoi - che si facevano rossi perché si riempivano di lacrime che tu ricacciavi indietro, con dignità, per non inciampare nelle stonature.
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma" (Lavoisier).

martedì 5 febbraio 2019

Sanremo #serata1


Come spiegare perché anche quest’anno, anche stasera, come da quasi 30 anni (perché qualche anno di spazio per la consapevolezza alla mia età lo devo pur lasciare), sono davanti alla tv a vedere Sanremo? La risposta è semplice ed è un tormentone. Perché Sanremo è Sanremo.

Mentre scrivo, pochi istanti fa Claudio Baglioni ha chiesto a Giorgia se tra le sue canzoni – dopo tanti anni di concerti ed esibizioni e di riproposizioni dei suoi brani, alcuni ripetuti più degli altri – se qualcosa l’ha stancata, annoiata, a tratti infastidita. E si, qualcosa ha stancato anche Giorgia. Eppure nonostante ciò, quando Claudione ha attaccato al pianoforte “Come saprei” e questa canzone che si perde nella notte dei tempi della Giorgia sanremese ha preso il volo, ancora una volta è stata tutta nuova. Perché Sanremo è un po’ come una festa comandata: arriva ogni anno, a cadenza più o meno fissa, ed è sempre uguale a se stesso eppure sempre nuovo. Un rituale cultural-laico atteso, dove tutti sono direttori artistici e un poco anche dirottatori, dove nessuno lo guarda e poi apri Facebook e te lo ritrovi invaso da foto e screenshot e commenti. Come la Nazionale e le analisi politiche da bar.

Un anno fa ero a Sanremo e in quel calderone che è la piazza sanremese ho visto da vicino quello che si muove attorno alla “kermesse” canora più famosa d’Italia (marò fatemi usare kermesse che fa tanto critico musicale accreditato!). In quel carrozzone c’è un mare magnum di cose e genti varie, un bestiario medievale con persone, personaggi e caricature che saturano marciapiedi e strade e aiuole. In questa settimana di lustrini e paillettes mi immergo ogni anno senza stancarmi, anche se è una cosa futile, o forse soprattutto per questo. 
Quest’anno il Festival di Sanremo è lontano molti km e due nazioni da me e l’ho atteso con una partecipazione diversa, con l’entusiasmo della prima volta “da qui”, anche se certe cose non sono cambiate: i commenti divertenti e divertiti sui social, che si fanno luoghi di condivisione; l’ironia dei folli membri del gruppo ‘a famigghia su Whatsapp, che regalano perle di umorismo da pancia in mano e stoccate da standing ovation; le corse al bagno durante la pubblicità; la fase accoccolamento da plaid con tanto di leggera pennica tra fine serata e inizio Dopo Festival. Perché Sanremo è un appuntamento che si è fatto e si fa memoria e tradizione, passato condiviso, storia comune. A queste consuetudini si stanno aggiungendo nuove tradizioni strasburghesi, fatte di aneddoti, cose da fare, persone con cui ridere e condividere, Baglioni cantanti da attendere e cicchetti da trangugiare. E poi, come dice Elvis, a tutte le latitudini Claudio Santamaria merita sempre un “Mammarocarmen!”.

Comunque, come scrivevo lo scorso anno, per fortuna Favino c’è!

Stasera hanno cantato tutti: non ci sono i giovani delle Nuove Proposte – anche se molti tra i cantanti in gara sono indipendenti e ai più sconosciuti –, non ci sono canzoni memorabili ma 4-5 buone e alcune da riascoltare. Mi è piaciuto sicuramente Daniele Silvestri, molto orecchiabile e simpatica Arisa (l’unica ottimista sul palco), bene Renga e Negrita e Cristicchi. Commento a parte #1 per Patty-Avatar-Pravo, che pure se inguardabile è sempre unica (a me, m piac!). Commento a parte #2 per Briga, una carica notevole di “Mammarocarmen”.

Ah comunque, come dice Arisa: mi sento bene.

lunedì 24 settembre 2018

Il foglio bianco



La prima volta che ho affrontato il foglio bianco ero in terza elementare, la maestra ci diede una traccia e noi piccoli alunni eravamo lì, di fronte a queste righe strette, a cercare di mettere insieme le parole per raccontare qualcosa e raccogliere il plauso della maestra. Si cercava di afferrare con la mente qualcosa – i pensieri – e di metterli in sequenza uno dietro l’altro. Certo, per mettere insieme un pensiero occorre pensare e a 8 anni il dubbio che quel qualcosa a cui pensare – e quindi da scrivere – non avesse un suo nesso mi fece vivere per la prima volta l’ansia da foglio bianco, ben noto a chi ha a che fare costantemente con le parole.

Quattro mesi che non scrivo sul blog, e in effetti è un lungo foglio bianco quello che si dipana dinanzi ai miei occhi. Quattro mesi in cui l’inchiostro digitale non ha battuto il nero sul bianco del word, lasciando un buco comunicativo nel mio reale mondo virtuale. Un foglio si può misurare in giorni? Un foglio grande 120 giorni il mio, lungo circa 4 volte il cammino di Santiago, in cui i pensieri si sono rincorsi in silenzio per non fare troppo rumore.

Che il silenzio, poi, a volte è solo apparente perché, mentre fuori non si sente nulla, la meccanica del cuore macina ingranaggi su ingranaggi, scandisce il tempo, i pensieri, le parole, e l’afonia non è mancanza di parole ma volontà di tenerle dentro, macerarle, tenerle sotto spirito come le amarene che mia madre prepara in estate per lasciarle diventare ciò che diventeranno, lasciare che prendano sapore. Un po’ come la vendemmia che faceva mio padre, quando preparava i tini e attendeva che l’uva pigiata diventasse altro, si consumasse in se stessa per diventare qualcosa di nuovo. E ancora lo ricordo l’odore che saliva dalle cantine di legno e mura umide, fin nella casa del paradiso: era il profumo di attesa silenziosa.

Nel silenzio che ha vorticato nella mia mente ho scritto e riscritto molte parole: ho raccontato i piccoli accadimenti che ho osservato camminando per le strade di un Paese nuovo e di una nuova città, ascoltando parole sfuggenti in una lingua che non è la mia e che mi sto allenando a trattenere nella mente, acchiappandone il significato; ho raccontato di case cadute scansate e di crepe che mi hanno toccato; ho scritto di sveglie all’alba e di camminate mattutine, quando ti fermi ad attendere il tram delle 7.08 e i lampioni notturni si spengono; ho scritto di treni, di vagoni che non si incontrano mai e di biciclette che sfrecciano come i motorini a Salerno, mentre ti giri a guardarne una di bicicletta; ho scritto di un lunedì alle 7.00 che urla ancora dentro e di notti di veglia che sembrava non dovessero finire mai. Ho scritto di lontananze che sanno farsi vicine e di fatti veri che sono e resteranno sempre tali e, forse, tra le poche parole che davvero saranno scritte.

Non ho scritto niente di tutto ciò, non c’è un nero che abbia segnato il bianco di un singolo foglio: eppure è tutto segnato, indelebile.

(In sottofondo ci sono le parole delle chat sul telefonino, le mail procrastinate, le cose tristi, i fatti da dirsi perché la distanza pesa e dobbiamo accorciare i chilometri, le chat sceme sul telefonino che ci fanno ridere assai, le parole dette e quelle taciute e le sorprese rivelate che sanno ancora di sorpresa perché le parole, quelle vere, quelle belle, hanno il sapore della meraviglia).

martedì 29 maggio 2018

Locken. Curly. Bouclés. Ricci. Come imparare il tedesco al supermercato


Vorrei non sfatare il luogo comune di noi italiani all’estero. Quello secondo il quale abbiamo una lingua franca gestuale che ci permette di comunicare in ogni luogo. Ma prima di non sfatare questo luogo comune devo restringere il campo d’azione a un’area geografica di origine delimitata: il Sud. Sono stata in Germania a fare la spesa, e per spesa non intendo “spese”, “shopping”, ma la spesa della quotidianità casalinga, quella che vai aprendo mobili e tiretti per vedere se l’ammorbidente è finito, se il dentifricio è in modalità riserva, se la carta igienica (Dio benedica l’inventore!) è lì lì per finire.
La mia comunicazione standard si basa sull’italiano ma, all’occorrenza, vengono in mio aiuto il francese e l’inglese. Ed è proprio la lingua degli Angli e dei Sassoni ad aver fatto da trait d’union tra me e la commessa del DM, catena di supermercati tedesca, quando dopo una passeggiata sul corso di Kehl (ma anche i tedeschi usano la parola “corso”?) sono entrata con il carrellino per fare la spesa.
In principio fu lo shampoo, e lo shampoo è stato l’ostacolo da superare sul mio cammino perché, se la parola SHAMPOO campeggia a grandi lettere su tutte le confezioni (dopo la carta igienica, Dio salvi la comunicazione iconica!), la specificità del prodotto “per capelli ricci” risultava irrintracciabile. Ora, è vero che sono chiara di capelli e colori vari, ho un nome di origine tedesca e potrei mimetizzarmi tra le donne teutoniche di piccola taglia, ma a parte KINDER, GUTEN MORGEN, KRANKENHAUS, KÖNIGSPLATZ e poche altre parole, io di tedesco non capisco una cippa.
Ed è qui che la comunicatrice Made in Terronia che è in me ha avuto la meglio. Alla commessa tedesca che parlava un po’ di inglese mi sono approcciata chiedendo in inglese le indicazioni per rintracciare il corrispettivo tedesco di CURLY HAIR, ma è stato l’istintivo gesto della mano sinistra che, supportato dal movimento di base dell’avambraccio e completato dall’estensione e rotazione dell’indice relativo, ha chiuso con efficacia il mio pacchetto comunicativo e mi ha permesso di raggiungere l’obiettivo. Immagina, puoi.
Con la certezza di un nuovo significato acquisito mi sono quindi recata presso gli scaffali dei prodotti e ho cercato il mio shampoo per capelli LOCKEN.

PS. La varietà di shampoo, naturalmente, comprendeva un incrocio di altre esigenze e qualità che avrei voluto considerare per l’acquisto, ma a sto giro accontentiamoci di aver trattato i ricci.

domenica 15 aprile 2018

Take care


Una mano sull’altra. Un gesto che ha tanti significati e che ricordo di aver impresso negli occhi e nella memoria sin da anni a due cifre e tre decadi fa.

Sul volo da Napoli a Basilea un uomo e una donna sono seduti accanto a me. Lui straniero, forse tedesco, lei probabilmente italiana o masticatrice della mia lingua. La mano di lei su quella di lui, i motori che vanno veloci per raggiungere quel rombo forte da ruote in velocità crescente fino a far staccare da terra quel grosso aggeggio che conteneva circa 160 storie. È proprio negli istanti immediatamente precedenti al distacco delle ruote da terra che la pressione delle mani si fa più forte, mentre le dita un po’ sbiancano, come succede quando si stringe qualcosa, qualcuno. Sul volto di lui un’espressione vitrea, di evidente paura; sul volto di lei una pace rassicurante, il tentativo osmotico di far passare un po’ di serenità attraverso quei canali di mani.

Lungo le strade di Strasburgo una madre posa la sua mano su quella del suo bambino. La prende, le sfugge – perché il desiderio di corsa e libertà sono un istinto irrefrenabile all’uscita da scuola – poi la riprende. Quella mano grande che stringe la mano piccola è un porto sicuro, una bussola esatta, la stella polare dell’esserci.

In una sala da ballo poco fuori Illkirch mani si prendono per mano e danno vita alla danza.
Sono mani allenate, mani leggere, mani che si accolgono e si guidano vicendevolmente, in un’armonia di movimenti e leggiadria di cuori. In quella sala da ballo una mano prende la mia tra le mani. È una mano sconosciuta, appartengono a occhi sorridenti e sorriso rassicurante, pronti ad accogliere il terrore dei miei occhi e la paura del mio corpo. Sono mani esperte. Mi rasserenano, mi guidano e mi accompagnano. Si prendono cura di me.

Sul volo da Basilea a Napoli un uomo e una donna sono seduti al mio fianco. Sono stati giorni di occhi pieni e pensieri nebulosi, di riflessioni e fardelli, di gioie e corse e risate, di pizzicotti amorosi e abbracci e baci e parole straniere. La testa e il cuore non si accordano e guardo queste mani ma non le vedo. Mi ci vuole un volo quasi completo, una dormita, un risveglio, una stiracchiata e un po’ di perturbazioni per capire. Sono le mani di un uomo e di una donna che hanno lasciato la loro terra, hanno iniziato una nuova vita in una terra lontana, hanno seminato e accudito il frutto di tanto faticare. Sono le mani di un uomo ottantenne con il cuore di un giovane, di una donna piccola e dal sorriso discreto che ha custodito il segreto di un amore restando sempre un passo indietro consapevole di essere, invece, alla guida poco più avanti. Sono mani che si sono mosse per articolare storie e ricordi, città e paesi, figli e amici, a me che ero seduta lì vicino. Sono mani che si prendono cura e che custodiscono una lunga storia.

“Take care”: mi piace questo verbo che dice “stai attento” per dire più comunemente “prenditi cura”, perché la cura per qualcosa, per qualcuno, si concretizza nell’attenzione donata.

Poi ci sono le mani piccole piccole che si prendono per mano. Sono sogni teneri e speranze delicate.

domenica 11 marzo 2018

Contenitori vuoti e stadi pieni


Questa vittoria è per e tutti quelli che lo hanno amato.
Per sempre
Ci sono giorni che nascono strani. Iniziano nel cuore della notte in un momento non sempre riconoscibile o identificabile, in un ante e post quam indecifrabile, e poi partono. Partono mentre stai facendo qualcosa o niente, mentre stai tornando a casa o stai uscendo. Partono mentre hai appena dato o ricevuto la più bella notizia possibile; partono mentre sta mettendo radici la bellezza o la tristezza, la verità o la menzogna, il giusto o ciò che giusto non è.

Stanotte ho chiuso la porta di casa molto tardi. In quel momento ho guardato l’orologio e ho pensato: chissà a che ora è accaduto.

Una settimana fa, mentre al mattino sprimacciavo occhi e viso che ancora avevano la forma del cuscino, mentre il cellulare si riattivava e le voci digitali del mondo bussavano al mio telefono, una notifica cancella ogni traccia di sonno. La morte di Davide Astori, calciatore e capitano della Fiorentina.

Era domenica e a casa eravamo con la testa ai fatti della domenica: il default erano i campi di calcio, il pre partita, i rituali, gli ultimi aggiornamenti del Fantacalcio di mio fratello e tutte le risate che nomi impossibili di quasi-squadre di una realtà fantavera possono far nascere. Ma era soprattutto “la” domenica, quella attesa da mesi, forse da anni, di elezioni che sanno di tutto e di niente, di risultati scontati ma anche no, di una politica che aveva provato a entrare per mesi nelle nostre casi per farci venire la voglia di uscire da casa e andare nelle scuole, nelle sezioni, nelle cabine elettorali e mettere il segno della croce su un destino da provare a costruire.

Io quella notte mi sono interrogata sul mio voto, su come esprimerlo – perché io ho sempre pensato di volerlo esprimere un voto, vero o nullo che possa essere –, mi sono chiesta verso chi esprimerlo. Nel vuoto megagalattico della politica italiana – si, c’è un gran vuoto riempito da chiasso e volgarità – io quella notte ho deciso a chi dare la mia delega a sedersi sugli scranni dei luoghi in cui si (dovrebbe) fa(re) l’Italia. E niente, io la testa la tenevo lì, ed era una testa appesantita perché questa volta, più di altre, scegliere cosa-chi votare è stata dura.

Quel risveglio lo vivo al rallentatore, anche ora mentre scrivo e ricordo e rivivo, e la scena è chiara. Ovatta è scesa nelle orecchie, tutto si è attutito. Per me, ma non solo. Quel giorno, mentre da Udine si rincorrevano notizie, il silenzio calava nel chiassoso mondo calcistico. “Che strano”, avevamo pensato a casa quando iniziava a girare la notizia del rinvio della giornata di calcio, “chissà cosa è accaduto. Probabilmente hanno scoperto una combine e avranno deciso di fermare tutte le partite per evitare strani giri di risultati”. Questo il mio pensiero del “prima”, perché il calcio che tanto mi piace – come la politica – mi appassiona ma non è per niente limpido. E invece, purtroppo, quella mattina era tutto troppo chiaro. Nessuna partita truccata, nessuna scommessa. Uno strano scherzo del destino, un tiro mancino, un risveglio tragico – per chi, quel giorno, ha aperto gli occhi.

Quando muore un giovane si interpella la natura. “È contro la natura”, diceva mia nonna, “i padri non seppelliscono i figli”. È un dolore che è un nodo che toglie via l’aria, quello che blocca la vita e il respiro di un genitore che sopravvive a un figlio.

Quanti sono i figli che muoiono ogni giorno? Quante sono le tragedie che si consumano, che si perpetrano, sotto i nostri occhi? Sotto occhi conniventi? Sotto occhi impotenti? Quante morti si consumano nel silenzio? Taciute? Solitarie? Dimenticate? Tante, troppe, inenarrabili. Forse non basterebbero righe e quadretti dei fogli del mondo, non si starebbe sulla notizia.

Cosa fa di “uno solo” il fulcro di un dolore così grande?

Domenica pomeriggio sono andata alla ricerca della bellezza. Il cielo plumbeo, l’aria ferma, immobile, ho camminato tra i templi di Paestum, in un luogo che racchiude una storia millenaria, che parla di uomini che non ci sono più eppure sono ancora nei massi intarsiati e in quelli smussati dal tempo, nella memoria di ciò che era e nella consapevolezza di ciò che resta. Tra le pietre magnifiche ho scorto espressioni, ho percepito sentimenti. In una colonna ho rivisto i tratti di un uomo, sembrava quasi uno stupore misto a dolore. Qualche giorno dopo, a casa, ho pensato ad Achille, al dolore che gli scompone il viso quando vede Patroclo, l’amico amato, vinto dal sonno della morte. Ho pensato a chi, domenica 4 marzo, ha scorto nel sonno placido di un giovane il volto di un riposo perenne che nulla muta e tutto trasforma.

«e Achille tra loro diede inizio al compianto,
mettendo le mani sterminatrici sul petto del suo compagno,
e gemendo sempre, come un leone dalla bella criniera
al quale un cacciatore ha rapito i cuccioli nella selva fitta,
e lui si angoscia d’esser giunto tardi» (Iliade, XVIII, 316-319).

Questa che si sta chiudendo è stata una settimana di compianto collettivo, iniziata nelle cabine elettorali, protrattasi in una notte di spoglio e spoglie, continuata tra tutte le strade d’Italia che hanno portato a Firenze, per riversarsi poi nelle case, attraverso il canto di aedi 2.0 che hanno parlato di un giovane che ha costruito la vita calciando un pallone in pantaloncini e maglietta, facendosi uomo e restando umano.

Perché la morte di uno, di uno solo tra tanti, ha suscitato un'emozione collettiva così forte?

Tra le tante parole che ho ascoltato mi hanno colpito quelle di un cronista che ha detto su per giù questo: quando li vedi in campo, i calciatori sembrano degli uomini adulti, quasi ingobbiti da spinte e pressioni che hanno una genesi più da S.P.A. che da squadra di calcio, persone di esperienza da inneggiare o contro cui scagliarsi per una partita di pallone. Poi li vedi fuori e sono persone che vivono una vita – molte volte privilegiata – ma che nelle sue fondamenta ha radici comuni a tutti: si nasce in una famiglia, si cresce in una comunità, ci si relaziona con il mondo. Ed è sul campo dell’alterità che ci si gioca la damnatio memoriae o l’immortalità. Di questo ragazzo di 31 anni, passato agli occhi del mondo come difensore con la maglia numero 13, si è scoperto un mondo di bellezza e verità da fare invidia ai fregi del Tempio di Nettuno a Paestum, anni intarsiati di pazienza e dedizione, di onestà e impegno, di senso di responsabilità e serietà, di ironia e leadership – quella vera, frutto di un percorso e non della raccolta dei punti del latte. Non si può definire la vita di un uomo di cui si ha una percezione parziale, ma se come diceva mia nonna “l’albero si vede dai frutti” è proprio il feedback, il riscontro, l’interfaccia emozionale e umano di tutta questa vicenda – al di là di propaggini parossistiche – a dare il senso di questa giovane vita che a un certo punto si è fermata.

Troppe volte, troppo spesso, quasi sempre tra paradosso ed esasperazione, i campi di calcio assurgono a templi delle divinità nostrane, ad agorà pubbliche, a luoghi dove sembra plausibile il passaggio dell’unico senso di vita possibile. Ma ciò che resta nei pilastri intarsiati della vita di Davide Astori parte da una genesi diametralmente opposta. È il figlio educato dai genitori, cresciuto alla scuola di un’alterità allenata nel rapporto tra fratelli, accresciuta e messa in discussione nei diversi spazi della vita comunitaria in cui il rispetto dell’altro non è mai venuto meno, amplificatasi tra spogliatoi e campi di pallone, divenuta a sua volta fonte di educazione nel ruolo – di vita – di padre. È la storia del giocatore che è innanzitutto uomo e la cui morte, proprio per questo, spezza il fiato in gola, accelera il magone, fa sgorgare lacrime. Per una settimana in tv lo share non l’hanno segnato chiacchiere inutili, litigi, scontri, ma il rincorrersi di immagini di vita che esorcizza la morte, di racconti che provano a rallentare il taglio del filo delle Moire inesorabili, di occhi lucidi davvero e non per finta o per necessità.

Il professore di sociologia, all’università, diceva sempre: “è un problema di contenitori. I contenitori sociali sono vuoti, non ci sono più esempi a cui attingere. La politica, le istituzioni, i grandi catalizzatori dell’attenzione civile non esistono più o non hanno più la forza e la capacità di attrarre”. Si cerca di attingere acqua altrove, allora, e non sempre è acqua limpida, il più delle volte è a dir poco stagnante. Il calcio non può essere un sostitutivo, un esempio tout court, ma è senza dubbio un catalizzatore di sogni sin da bambini.

Il dinoccolato Astori – se lo penso bambino, alto così come è, me lo immagino con questa andatura tipica da quello più alto della classe – ha coltivato un sogno, lo ha irrorato di grazia e pazienza, di talento e impegno, senza scorciatoie o facilitazioni e lo ha realizzato, incarnato, vissuto.

Se mi guardo attorno e cerco gli esemplari umani “in potenza” del domani vedo tanti tentativi di aborto, vedo sogni che arrivano a stento a fecondare l’ovulo della determinazione, perché qua la vita si è fatta sterile e la dignità è continuamente calpestata.

Cosa resta dopo di noi? Qual è il lascito di una vita?

In questa settimana sui media, giovedì in Basilica a Santa Croce e in quella grande piazza e sui balconi a Firenze, ieri all’Olimpico a Roma, oggi al Franchi a Firenze: in questi luoghi si sono ritrovati in tanti, con semplicità e spontaneità, senza demagogia, per la morte di “uno solo”. Io me lo chiedo perché “uno” può scatenare tanto e far dire molto: forse c’è una qualità che va oltre la quantità, c’è un silenzio che sa coltivare nel nascondimento più di tante parole urlate, c’è una verità che non può essere elusa. Ed è emersa domenica scorsa, ma non dalle urne.

Il 5 settembre 1989, dopo la morte tragica di Gaetano Scirea avvenuta a causa di un incidente automobilistico, in quella Polonia post elezioni che aveva portato in parlamento l’intellettuale di Solidarnosc Adam Michnik, il giornalista Andrea Tarquini scriveva su Repubblica: «In Polonia la coabitazione passa anche dai campi di calcio, e questo trasforma un lutto dello sport in lutto di tutti».

Ancora torno con la mente alla domanda di stanotte: chissà quando è arrivato il momento che ha reciso il filo del tempo della vita di quel singolo uomo. Chissà quando il silenzio della notte si è fatto silenzio davvero. Chissà se la commozione di una settimana lascerà qualcosa di buono sui campi e nei palazzi del calcio, amato e odiato, osannato e vituperato. E non solo là.

Domani è lunedì e si ricomincia. Il seme che cade e si spacca e muore, per attecchire e portare frutto deve trovare un terreno buono, fecondo, pronto.

Mano nella mano

All’improvviso una mano afferra la mia nel tentativo di placare il panico e, mentre mi giro, vedo due occhi fermi e rassicuranti, dritti nei...